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Quando nel 1951, al Festival del cinema di Venezia, venne assegnato il Leone d’Oro a Rashomon, capolavoro del regista giapponese Kurosawa Akira, il cinema del Sol Levante salì prepotentemente alla ribalta presso il pubblico occidentale che, sino ad allora, era rimasto quasi del tutto all’oscuro di ciò che la cinematografia di quel paese stava proponendo. Fu da quel momento che anche da noi si iniziò a percepire quanto di artisticamente importante dal punto di vista cinematografico si stava realizzando in Giappone.

Le origini

Il cinema in Giappone, così come in Occidente, era comparso sul finire del XIX secolo (i primi film realizzati risalgono al 1899) e sin dal primo decennio del Novecento vennero fondate le prime, grandi case di produzione giapponesi che proponevano film per lo più in costume. Si trattava soprattutto di drammi della tradizione popolare di diretta derivazione del teatro kabuki, cioè spettacoli ad ambientazione storica, interpretati esclusivamente da attori maschi, che potevano impersonificare sia personaggi di sesso maschile, sia di sesso femminile.

I primi due decenni del XX secolo furono un periodo di grande crescita per l’industria cinematografica giapponese, più dal punto di vista economico che non da quello dell’innovazione della tecnica e degli stili. Era infatti un cinema che rifletteva quanto avveniva nella società, ancora troppo legata alle tradizioni e non del tutto pronta ad aprirsi verso la modernità.

Sarà solo con gli anni Trenta, una volta superati i devastanti effetti che il terremoto del 1923 nell’area di Tokyo e Yokohama ebbe su tutta l’economia giapponese – e di conseguenza anche sulla produzione cinematografica – che il cinema del Sol Levante iniziò a crescere, grazie all’affermazione di alcuni giovani registi che portarono una ventata di novità in un ambiente che aveva difficoltà a svecchiarsi.

Fra tutti, vale la pena ricordare due registi che esordirono nella seconda metà degli anni Venti per poi diventare celebri in Occidente a partire dagli anni Cinquanta: Mizoguchi Kenji e Ozu Yasuhiro.

Mizoguchi Kenji

Nato a Tokyo nel 1898, Mizoguchi realizzò il suo primo film nel 1923 (Il giorno in cui torna l’amore). È però nel decennio successivo che, grazie all’uso particolare della macchina da presa, sviluppa una tecnica estremamente realistica che gli permette di trattare in maniera assai efficace i temi che caratterizzano le sue pellicole e legati, soprattutto, alle condizioni di vita della piccola borghesia nipponica contrapposte a quelle dei più poveri della società. Con uno sguardo particolare rivolto alle figure femminili, spesso costrette a mercificare il proprio corpo e a metterlo a disposizione di uomini che sfruttano la loro condizione dominante.

Fra i titoli più significativi di questo periodo è opportuno citare, in particolare, Elegia di Osaka e Le sorelle di Gion, entrambi del 1936. In tutti e due i casi vengono proposti personaggi femminili costretti da una società patriarcale e maschilista a diventare geishe e mantenute per sopravvivere.  Per arrivare al 1941 con il suo più grande successo La vendetta dei 47 ronin, ripreso da un antico testo kabuki.

Ozu Yasujirō

Anche Ozu, nato a Tokyo nel 1903, iniziò la propria carriera nel mondo del cinema nel secondo decennio del Novecento, dapprima come operatore di macchina e, successivamente, come regista. È del 1927, La spada della penitenza, il suo primo film andato, ormai, perduto e, per altro, unica pellicola in costume dell’intera sua carriera.

Così come Mizoghuci, anche Ozu negli anni Trenta realizza film caratterizzati da un forte realismo sociale e, spesso, venati di pessimismo. I suoi film sono soprattutto drammi che hanno per protagonisti gli abitanti della grande città, visti come archetipi di una società piccolo borghese alla deriva. La famiglia, protagonista chiave delle sue opere, subisce un progressivo processo di disgregazione legato alla perdita dei valori del passato a causa dell’avanzare della modernizzazione.

I suoi personaggi sono spesso piccoli impiegati umiliati quotidianamente sul posto di lavoro dai capi. La lotta nel tentativo di rimanere a galla in una società che li annienta è ben evidenziata, ad esempio, in Il coro di Tokyo (1931), storia di un padre di famiglia ingiustamente licenziato e costretto a trovare un modo per poter sfamare i propri figli e in Sono nato, ma… (1932), in cui due bambini vengono a scoprire che il padre si è dovuto umiliare di fronte al suo capo.

Sono tematiche che ricorrono anche nei successivi lavori di Ozu, un regista che non amava troppo le innovazioni tecniche (il suo primo film sonoro, Figlio unico, lo realizza solamente nel 1936). Le donne di Tokyo (1933), Fratelli e sorelle della famiglia Toda (1941), C’era un padre (1942), sono solo tre ulteriori esempi di opere di Ozu incentrate sui rapporti, spesso drammatici, all’interno della famiglia. Un tema che verrà ripreso e ampliato a partire dal dopoguerra, quando l’attività del regista riprenderà dopo una interruzione durante gli anni del conflitto a causa della sua cattura e dell’internamento in un campo inglese di prigionieri militari a Singapore.

La guerra e il dopoguerra

Negli anni antecedenti il secondo conflitto mondiale, prima dell’ingresso in guerra del Giappone avvenuto con l’attacco alla base americana di Pearl Harbor all’alba del 7 dicembre 1941, e durante tutto il periodo della guerra, il cinema giapponese, così come accadeva in Italia e Germania, era utilizzato soprattutto a scopi di propaganda. A tal proposito le autorità avevano imposto una pesante censura sui film prodotti in terra nipponica, di fatto complicando non poco la vita a quei registi che rifiutavano di sottomettersi alle numerose imposizioni e divieti.

Su tutti i registi attivi durante questo periodo, emerse Tasaka Tomotaka che, con film quali I cinque ricognitori (1938), Terra e soldati (1939), Il ronzio dell’aeroplano (1939), celebrava la grandezza e la potenza dell’esercito dell’impero nipponico, in un’esaltazione nazionalistica comune a molti altri suoi colleghi.

Nonostante ciò, gli anni del conflitto videro l’esordio di due fra i più migliori registi della nuova generazione di cineasti nipponici: Kinoshita Keisuke e, soprattutto, Kurosawa Akira che, nel 1943, realizzò il suo primo lungometraggio, Sugata Sanshirō, storia di un grande campione di judo vissuto alla fine dell’Ottocento. Film che superò il vaglio della censura seppur con diversi tagli a causa di alcune scene d’amore (non esplicite perché le scene apertamente sessuali erano bandite) che rendevano Kurosawa, agli occhi dei censori, impregnato di sentimentalismo di matrice “anglo-americana”.

Nel dopoguerra, durante il periodo di occupazione americana dopo la sconfitta del Giappone (1945-1952), il peso della censura non si affievolì. Semplicemente cambiarono i parametri con i quali i film venivano approvati oppure no. Vennero così banditi film con una chiara propaganda militarista; in cui fossero presenti temi nazionalistici o xenofobi, o in cui si esaltava l’onore derivante dalla lealtà feudale o, ancora, che esaltassero la sottomissione femminile o la brutalità e la violenza.

La fine della guerra, e gli orrori che in Giappone culminarono con le bombe atomiche su Nagasaki e Hiroshima, l’occupazione statunitense e la guerra di Corea cominciata nel 1952, portarono allo sviluppo di un filone di film dichiaratamente antimilitaristi.

Guerra e pace (Yamamoto Satsuo e Kumei Fumio, 1947) e Rientro in patria (ōba Hideo, 1950), raccontano entrambi, seppur in maniera differente, il dramma e il disadattamento dei reduci. Fino al nostro prossimo incontro (Imai Tadashi, 1950) e Ventiquattro occhi (Kinoshita Keisuke, 1954) trattano invece le conseguenze della guerra sul fronte interno.

Ma è il capolavoro di Ichikawa Kon L’arpa birmana (1956) che meglio rappresenta le istanze di pacifismo alle quali molta della popolazione giapponese anelava. Vincitore del Premio San Giorgio a Venezia, L’arpa birmana è uno dei primi film giapponesi conosciuti in occidente, oltre che essere uno dei più importanti film di sempre a tematiche pacifiste.

Ambientato in Birmania sul finire della guerra, il film di Ichikawa narra le vicende di un drappello di soldati giapponesi che viene annientato dal nemico. Si salva solo il soldato Mizushima che, suonando un’arpa per contrastare la propria tristezza e solitudine, inizierà a viaggiare verso il suo campo, trovando sul cammino solo i resti di soldati giapponesi morti. Tornato in patria, Mizushima decide di dedicarsi alla missione di seppellire i corpi dei connazionali caduti in terra straniera.

È chiaramente una figura altamente simbolica, quella del soldato Mizushima, così fortemente impregnata di umana pietas, che incarna la volontà dell’uomo a non volersi piegare di fronte alle follie dei propri simili, in un viaggio altamente spirituale e dalle forti valenze pacifiste.

Per quanto riguarda il dramma del disastro nucleare, pochi sono i film che affrontano questo delicato tema. Sicuramente il più significativo è Godzilla (Honda Ishirō, 1954), in cui un mostro fantastico, metà gorilla e metà balena, risvegliato dalle operazioni nucleari americane nel Pacifico, minaccia il Giappone, chiaro riferimento – e denuncia – al pericolo rappresentato da una possibile guerra nucleare.

Grandi registi per grandi film

Il dopoguerra e i successivi anni Cinquanta rappresentano un periodo estremamente fecondo per il cinema giapponese.

I già citati Mizoguchi Kenji e Ozu Yasujirō, continueranno la loro attività sino agli anni della loro morte, avvenuta rispettivamente nel 1956 e nel 1963. Di loro meritano di essere ricordati, del primo, La vita di O-Haru – Donna galante (1952) e I racconti della luna pallida di agosto (1953) e, del secondo, Il sapore del riso al tè verde (1952), Viaggio a Tokyo (1953), Il gusto del saké (1962).

Inoltre, accanto ai registi della vecchia guardia, si affermano numerosi cineasti che diventeranno popolari anche da noi.

Kurosawa Akira, con Rashomon (1950) trionfatore a Venezia, diventa a tutti gli effetti la punta di diamante della cinematografia nipponica, conosciuto in tutto il mondo e autore di numerosi capolavori, fra i quali spicca I sette samurai (1954), entrambi interpretati da uno dei più famosi attori giapponesi di tutti i tempi: Mifune Toshirō. Il film è ambientato nel Giappone della fine del XVI secolo in una comunità contadina che, per difendersi dai predoni, assolda sette ronin, cioè samurai senza padrone, allo scopo di difendere il villaggio. Ma i sette samurai faranno di più, insegnando ai contadini a combattere e a difendersi da soli contro i malvagi.

Considerata da tutti l’opera massima nella cinematografia di Kurosawa, I sette samurai è stato oggetto di tre remake, fra i quali, il più famoso è, sicuramente, I magnifici sette di John Sturges (1960), che trasferisce l’azione dall’antico Giappone al west americano.

Alternando film in costume ad altri di ambientazione contemporanea, Kurosawa realizzò circa una trentina di film, dei quali meritano di essere ricordati La sfida del samurai (1961) dal quale Sergio Leone trasse ispirazione per il suo Per un pugno di dollari (1964) film per cui si aprì una questione legale per diritti non versati allo stesso Kurosawa, Anatomia di un rapimento (1963) un film a tinte noir e Barbarossa (1965) film sulla vocazione medica e sul rapporto fra un giovane e ambizioso dottore e il suo maestro e che sancì la fine del lungo sodalizio fra Kurosawa e Mifune.

Kinoshita Keisuke è stato un grande autore di commedie, a cui l’occidente non ha tributato il giusto riconoscimento. Dopo tre opere realizzate nel 1949 e girate con stili diversi: la commedia brillante in Alla salute della signorina!; il comico in Il tamburo rotto e l’horror in I racconti fantastici di Yotsuya, Kinoshita gira, nel 1958, quello che è considerato a tutti gli effetti il suo capolavoro, La leggenda di Narayama. Film drammatico sulle relazioni genitori-figli, in cui in uno sperduto villaggio una anziana madre tenta inutilmente di convincere il figlio a seguire una antica e disumana tradizione che vuole che i vecchi ormai improduttivi vengano portati dai figli su una collina e lì abbandonati al loro destino.

Questo film ebbe un remake, divenuto più famoso dell’originale, diretto nel 1983 da Imamura Shōhei dal titolo La ballata di Narayama.

Ichikawa Kon, conosciuto in occidente soprattutto per L’arpa birmana, comincia la sua carriera nel cinema con una lunga gavetta nel settore del disegno animato, per poi approdare alla regia grazie, anche, al sodalizio con la moglie, la sceneggiatrice Wada Natto, con la quale realizza molte delle sue opere migliori, da L’arpa birmana a La chiave (1957) tratto dal romanzo erotico di Tanizaki Jun’ichirō, da Conflagrazione (1958) a Fuochi nella pianura (1961) con il quale vinse il Pardo d’Oro a Locarno.

La giovanile passione di Ichikawa per l’animazione lo portò a realizzare nel 1967, in collaborazione con Maria Perego, un film con il famoso pupazzo Topo Gigio dal titolo Topo Gigio e la guerra del missile. Una pellicola di produzione giapponese che, nonostante la collaborazione con la creatrice del personaggio – e con Alberto Ongaro, noto fumettista italiano – rimane inedita in Italia.

Gli anni Sessanta: lo svecchiamento del cinema giapponese

Come avvenne in molte parti del mondo, anche in Giappone il decennio fu caratterizzato da un fermento culturale che, per quanto riguarda il cinema, coinvolse numerose giovani leve che misero in discussione il cinema dei vecchi maestri (quello che in Francia i giovani critici dei “Cahiers du Cinéma” definivano, ironicamente, “il cinema di papà”).

Gli anni Sessanta furono un periodo intenso e interessante per la cinematografia del Sol Levante, che vide emergere giovani registi che, successivamente, avrebbero realizzato pellicole riconosciute come indiscussi capolavori sia in patria, sia all’estero.

Registi quali Imamura Shōhei, Ōshima Nagisa, Suzuki Seijun, per citare solo alcuni fra quelli più famosi da noi, ebbero un impatto violento su tutto il vecchio mondo della cinematografia giapponese. I loro film, che vennero paragonati – piuttosto a sproposito – alle opere della Nouvelle vague francese, trattavano temi di grande attualità con una forte aderenza alla realtà.

Ōshima, ad esempio, con Racconto crudele della giovinezza (1960) narra, attraverso una storia criminale, la disillusione delle nuove generazioni in una società oppressiva come quella giapponese. Così come con il successivo Notte e nebbia del Giappone, sempre del 1960, analizza la condizione di grave crisi in cui si trovava, in quegli anni, la sinistra nel paese.

Successivamente Ōshima realizzerà, con produzione francese e dopo quattro anni di inattività, una pellicola divenuta famosissima: Ecco, l’impero dei sensi (1976). Attraverso la vicenda dell’amore fatale fra la giovane Abe Sada e il suo datore di lavoro Kichi “San”, Ōshima mette in scena una vicenda tratta da una storia realmente accaduta qualche decennio prima in cui Eros e Thanatos si compenetrano in una vicenda dall’alto contenuto erotico. Cosa che gli creò non pochi problemi con la severa censura giapponese e un processo per offesa alla pubblica morale.

Tuttavia, non intimorito dai problemi che il film gli aveva creato gira, due anni più tardi, L’impero della passione, un’altra pellicola dalla dirompente carica erotica in cui la passione sessuale sfocia nel crimine.

Nel frattempo Imamura, prendendo a soggetto le fasce più basse della popolazione, realizza, dopo alcune pellicole girate sul finire degli anni Cinquanta, Porci, geishe e marinai (1961). Al di là del brutto titolo italiano (la traduzione del titolo originale dovrebbe essere “Porci e corazzate”), si tratta di un film ambientato presso una base americana in Giappone in cui viene installata, da parte di una banda di yakuza, un commercio illegale di carne di maiale. Un animale che, in questo caso rappresenta, per il regista, una metafora di ciò che i giapponesi sono diventati, venduti agli occupanti americani e senza più dignità.

Successivamente, con Cronache entomologiche del Giappone (1963) Imamura affronta il tema della condizione femminile nel suo paese attraverso la drammatica vicenda di una donna costretta a prostituirsi per poter sopravvivere.

Dal canto suo, Suzuki Seijun, attivo sin dalla metà degli anni Cinquanta, si specializzerà in film d’azione ambientati nel mondo contemporaneo della yakuza, fra cui, i più famosi, sono Deriva a Tokyo, conosciuto anche come Il vagabondo di Tokyo (1966) e La farfalla sul mirino (1967).

Un ventennio di decadenza

A partire dalla metà degli anni Sessanta, con la diffusione di massa della televisione nelle case dei giapponesi che ebbe, come conseguenza, una drastica riduzione del numero di spettatori nelle sale cinematografiche, l’industria del cinema entra in profonda crisi, con il progressivo fallimento di molte case di produzione.

Nel tentativo di non soccombere, verso la metà dei Sessanta, vengono lanciati i cosiddetti pinku-eiga (letteralmente: “film rosa”), cioè film erotici che sfiorano il confine con la pornografia. Fra i principali registi di questo filone va citato soprattutto Wakamatsu Kōji.

Regista estremamente prolifico (in circa quarant’anni di carriera ha realizzato oltre cento lungometraggi), Wakamatsu utilizza il sesso e la violenza per ragionare sul degrado della società giapponese.

In occidente Wakamatsu non è molto conosciuto, se non nei circuiti di appassionati cinefili e, della sua sterminata produzione, poco o nulla è arrivato a noi. Tra le pellicole giunte sui nostri schermi (grazie anche all’appassionata opera divulgatrice di Enrico Ghezzi nel suo “Fuori orario”) ricordiamo Angeli violati (1967), Vagabondo del sesso (1967), Omicidio di un uomo, omicidio di una donna: pallottola nuda (1969), Su su per la seconda volta vergine (1969).

Caterpillar (2010) uno dei suoi ultimi film, ha ricevuto l’Orso d’argento per la miglior attrice (Terajima Shinobu) al Festival di Berlino.

In un periodo estremamente difficile, a tenere alta la bandiera del cinema giapponese in questo ventennio ci penseranno i grandi maestri.

Kurosawa realizza, grazie anche a produzioni straniere, Dersu Uzala – Il piccolo uomo delle grandi pianure (1975) che gli vale l’Oscar come miglior film straniero, Kagemusha – L’ombra del grande guerriero (1980) e Ran (1985), trasposizione del Re Lear ambientato nel Giappone feudale.

Ōshima, dopo aver realizzato gli scandalosi Ecco, l’impero dei sensi e L’impero della passione, gira Furyo (1983) con l’icona rock David Bowie, altro film in cui è molto presente la componente sessuale che, in tal caso, si intreccia in maniera forte, con la guerra.

Infine Imamura realizza il già citato La ballata di Narayama con il quale vince la Palma d’Oro a Cannes, battendo proprio il Furyo di Ōshima.

Gli anni Novanta: Kitano Takeshi

In Europa il fenomeno Kitano (noto anche con lo pseudonimo di Beat Takeshi) esplode nel 1997 con la vittoria – e conseguente consacrazione –  del Leone d’Oro a Venezia con il bellissimo e malinconico Hana-Bi – Fiori di fuoco. Storia di Nichi, ex poliziotto (interpretato dallo stesso regista) dai modi bruschi e spesso oltre le regole, perseguitato dagli strozzini della yakuza. Al contempo, Nichi vive il dramma della moglie, malata terminale di cancro. La scena finale del film, con l’addio alla sua amata su una spiaggia deserta e, in lontananza, una bambina che fa volare in cielo un aquilone, con l’accompagnamento di una musica struggente, perfetta per l’occasione, è una delle scene più poetiche che il cinema abbia mai concepito.

Eppure la carriera di Kitano, che arriva dalla televisione in cui svolgeva il ruolo di comico e di presentatore, inizia alla fine del decennio precedente. Del 1989 è, infatti, Violent Cop , un film in cui già si prefigurano le commistioni tipiche del regista, dove violenza e poesia convivono in perfetto equilibrio.

A seguire, dopo la parentesi poetica di Silenzio sul mare (1991), Kitano torna alle sue tematiche preferite con Sonatine (1993), ambientato nel mondo violento della yakuza, un ambiente che ritornerà, oltre al già citato Hana-bi, in Brother (2000) e nel trittico Outrage (2010), Outrage Beyond (2012) e Outrage Coda (2017). In mezzo, vari film con tematiche diverse ma tutti accomunati dall’identico afflato poetico. Fra questi, L’estate di Kikujiro (1999), Dolls (2002) e Zatōichi (2003).

Lo Studio Ghibli e i film d’animazione di Miyazaki Hayao

Lo studio di film d’animazione Ghibli venne fondato nel 1985 da Miyazaki Hayao, Takahata Isao, Suzuki Toshio e Tokuma Yasuvoshi. Sicuramente fra i quattro il nome di maggior spicco è quello di Miyazaki, autore di film acclamati dalla critica e amati dal pubblico sia giapponese, sia occidentale.

Attivo sin dagli anni Settanta, Miyazaki realizza i suoi primi lungometraggi per la Ghibli a partire dalla metà degli anni Ottanta. Il suo primo film, Laputa – l castello nel cielo è del 1986. Ma il suo primo, grande successo di pubblico è stato Kiki – Consegne a domicilio (1989) trionfatore al botteghino in Giappone con oltre due milioni di spettatori.

Per Miyazaki il grande successo in Occidente arriva nel 2001, con il bellissimo La città incantata, trionfatore a Berlino con l’Orso d’Oro e, giustamente, considerato il capolavoro del regista.

Attraverso la storia della piccola Chihiro e dei suoi genitori che, dopo aver sbagliato strada, a causa della loro ingordigia, vengono trasformati in maiali, mentre la bambina si ritrova in una città abitata da spiriti.

Chichiro si ritrova così da sola, catapultata in un mondo magico dominato da mostri che divorano tutto ma adorati perché producono ricchezza, con fiumi sommersi dall’immondizia o dal cemento. La città incantata rappresenta un viaggio di formazione per la piccola protagonista che, al termine del suo percorso ritrova i genitori, nel frattempo ritornati umani. Risalendo in macchina con loro per dirigersi verso la meta iniziale, si ritroverà più grande e consapevole di aver fatto un passo in avanti verso la maturità.

A seguito del successo internazionale di questo film, sono state proposte al pubblico occidentale buona parte delle opere precedenti di Miyazaki: Il mio vicino Totoro (1988), Kiki – Consegne a domicilio (1989), Porco Rosso (1991), La principessa Mononoke (1997).

Nei film di Miyazaki sono riconoscibili alcuni filoni tematici ricorrenti. In particolare è sempre ben presente il tema ecologista, diretta derivazione dalla cultura shintoista con cui il regista è stato cresciuto, che prevede una visione non antropocentrica, bensì l’equilibrio fra uomo e universo.

In secondo luogo Miyazaki rifiuta di catalogare i suoi personaggi in buoni e cattivi, come avviene al contrario in molti film animati occidentali. I suoi personaggi sono figure assai complesse, con sentimenti contrastanti che li rendono molto più vicini alla realtà di quanto non lo siano, ad esempio, i personaggi di Walt Disney.

Inoltre, i suoi film hanno una componente “femminista” molto sviluppata. In molti casi le donne svolgono un ruolo da protagonista, ma anche laddove non lo sono, si tratta, comunque, di figure forti che ribaltano gli stereotipi di genere molto presenti nei film d’animazione giapponese.

Dopo il grande successo di La città incantata Miyazaki realizza Il castello errante di Howl (2004) e Ponyo sulla scogliera (2008) e, ultimo film da lui diretto sino ad ora, Si alza il vento (2013), tratto dall’omonimo manga (fumetto) realizzato dallo stesso regista.

Nel 2005, infine, la Mostra del Cinema di Venezia gli tributa il Leone d’Oro alla carriera, il primo nella storia destinato a un regista di animazione.

Gli anni Duemila

Il nuovo secolo porta, nel cinema giapponese, una ventata d’aria fresca, anticipata dai grandi successi di Kitano Takeshi. Nuovi registi si affiancano a quelli già in attività e iniziano a farsi conoscere in tutto il mondo.

Oltre a Takita Yōjirō, per altro già attivo sin dai primi anni Ottanta e che, con il suo Departures (2008), vince l’Oscar come miglior film straniero, sono due i nomi che si affacciano prepotentemente alla ribalta. Koreeda Hirokazu e Hamaguchi Ryusuke.

Koreeda Hirokazu esordisce dietro la macchina da presa intorno alla metà degli anni Novanta, dapprima come documentarista e poi, nel 1995, con Maborosi, suo primo lungometraggio. Nel suo cinema una particolare attenzione viene data ai legami personali e, in particolare, a quelli familiari tra genitori e figli. Come accade ad esempio in Father and Son (2013):  due coppie crescono, a causa di uno scambio di neonati, un figlio che non è veramente il loro.

La famiglia compare anche in  Little Sister (2014) che racconta una storia di inclusione in cui tre sorelle, alla morte del padre che le ha lasciate molti anni prima, fanno la conoscenza – e accettano fra di loro – della sorellastra.

Per arrivare a Un affare di famiglia (2018), film che gli è valsa la Palma d’Oro a Cannes. Il film affronta il tema della disgregazione familiare e della riunificazione, attraverso le vicende di una famiglia estremamente povera dedita a piccoli furti che accoglie una bambina sperduta e impaurita, che diventa parte integrante della famiglia. Anche in questo caso, seppur in maniera diversa, Koreeda introduce l’elemento dell’inclusione, come già accaduto in Little Sister.

Infine, il tema della famiglia allargata viene riproposto anche in Broker (2022), ultima fatica di Koreeda, presentata a Cannes 2022 e ambientato, anziché nel natio Giappone, nella vicina Corea del Sud.

Drive My Car

Per chiudere questa rapida e non esaustiva carrellata su oltre cento anni di storia di cinema in Giappone, è doveroso, infine, citare Hamaguchi Ryûsuke, stella nascente del cinema giapponese, trionfatore all’ultima edizione degli Oscar con il suo Drive My Car (2021) tratto da un racconto dello scrittore Murakami Haruki.

Nel film della durata di circa tre ore Hamaguchi affronta la storia di Kafuku Yûsuke, un attore e regista teatrale che, dopo l’improvvisa morte della moglie, entra in crisi, anche a seguito della scoperta avvenuta per caso del  tradimento della donna.

Dopo circa quaranta minuti di prologo la scena si sposta due anni più tardi, quando Yûsuke accetta di tornare sulle scene per dirigere lo “Zio Vanja” di Anton Čechov per il Festival della Cultura di Hiroshima. Nonostante l’iniziale sua contrarietà accetta come autista della sua amata Saab rosso fuoco Misaki, una taciturna e strana ragazza.

E, nonostante l’iniziale diffidenza, fra i due si instaura un rapporto che, col procedere del film, si trasforma in qualcosa di simile a quello che ci può essere fra un padre e una figlia.

Fra tante parole e anche molti silenzi il film di Hamaguchi riflette in maniera estremamente delicata su tematiche quali il rapporto fra il passato e il presente e la reale funzione della parola. Significativo il fatto che ognuno degli attori prescelti a interpretare lo “Zio Vanya” reciti, nelle lunghe ed estenuanti prove, una lingua diversa, dal filippino, al giapponese, addirittura alla lingua dei segni parlata da un’attrice sordomuta. E che nei lunghi tragitti in macchina Yûsuke non faccia altro che risentire più e più volte le cassette sulle quali era stata registrata la voce della moglie defunta che recita le battute del testo del grande drammaturgo russo.

Con Hamaguchi Ryûsuke – che per altro aveva già vinto l’Orso d’Argento a Berlino con il precedente Il gioco del destino e della fantasia (2021) – si conferma e continua la tradizione del Sol Levante, che ha saputo offrire al pubblico di tutto il mondo capolavori assoluti della cosiddetta settima arte.

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Il cinema giapponese dalle origini a ‘Drive My Car’

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Quando nel 1951, al Festival del cinema di Venezia, venne assegnato il Leone d’Oro a Rashomon, capolavoro del regista giapponese Kurosawa Akira, il cinema del Sol Levante salì prepotentemente alla ribalta presso il pubblico occidentale che, sino ad allora, era rimasto quasi del tutto all’oscuro di ciò che la cinematografia di quel paese stava proponendo. Fu da quel momento che anche da noi si iniziò a percepire quanto di artisticamente importante dal punto di vista cinematografico si stava realizzando in Giappone.

Le origini

Il cinema in Giappone, così come in Occidente, era comparso sul finire del XIX secolo (i primi film realizzati risalgono al 1899) e sin dal primo decennio del Novecento vennero fondate le prime, grandi case di produzione giapponesi che proponevano film per lo più in costume. Si trattava soprattutto di drammi della tradizione popolare di diretta derivazione del teatro kabuki, cioè spettacoli ad ambientazione storica, interpretati esclusivamente da attori maschi, che potevano impersonificare sia personaggi di sesso maschile, sia di sesso femminile.

I primi due decenni del XX secolo furono un periodo di grande crescita per l’industria cinematografica giapponese, più dal punto di vista economico che non da quello dell’innovazione della tecnica e degli stili. Era infatti un cinema che rifletteva quanto avveniva nella società, ancora troppo legata alle tradizioni e non del tutto pronta ad aprirsi verso la modernità.

Sarà solo con gli anni Trenta, una volta superati i devastanti effetti che il terremoto del 1923 nell’area di Tokyo e Yokohama ebbe su tutta l’economia giapponese – e di conseguenza anche sulla produzione cinematografica – che il cinema del Sol Levante iniziò a crescere, grazie all’affermazione di alcuni giovani registi che portarono una ventata di novità in un ambiente che aveva difficoltà a svecchiarsi.

Fra tutti, vale la pena ricordare due registi che esordirono nella seconda metà degli anni Venti per poi diventare celebri in Occidente a partire dagli anni Cinquanta: Mizoguchi Kenji e Ozu Yasuhiro.

Mizoguchi Kenji

Nato a Tokyo nel 1898, Mizoguchi realizzò il suo primo film nel 1923 (Il giorno in cui torna l’amore). È però nel decennio successivo che, grazie all’uso particolare della macchina da presa, sviluppa una tecnica estremamente realistica che gli permette di trattare in maniera assai efficace i temi che caratterizzano le sue pellicole e legati, soprattutto, alle condizioni di vita della piccola borghesia nipponica contrapposte a quelle dei più poveri della società. Con uno sguardo particolare rivolto alle figure femminili, spesso costrette a mercificare il proprio corpo e a metterlo a disposizione di uomini che sfruttano la loro condizione dominante.

Fra i titoli più significativi di questo periodo è opportuno citare, in particolare, Elegia di Osaka e Le sorelle di Gion, entrambi del 1936. In tutti e due i casi vengono proposti personaggi femminili costretti da una società patriarcale e maschilista a diventare geishe e mantenute per sopravvivere.  Per arrivare al 1941 con il suo più grande successo La vendetta dei 47 ronin, ripreso da un antico testo kabuki.

Ozu Yasujirō

Anche Ozu, nato a Tokyo nel 1903, iniziò la propria carriera nel mondo del cinema nel secondo decennio del Novecento, dapprima come operatore di macchina e, successivamente, come regista. È del 1927, La spada della penitenza, il suo primo film andato, ormai, perduto e, per altro, unica pellicola in costume dell’intera sua carriera.

Così come Mizoghuci, anche Ozu negli anni Trenta realizza film caratterizzati da un forte realismo sociale e, spesso, venati di pessimismo. I suoi film sono soprattutto drammi che hanno per protagonisti gli abitanti della grande città, visti come archetipi di una società piccolo borghese alla deriva. La famiglia, protagonista chiave delle sue opere, subisce un progressivo processo di disgregazione legato alla perdita dei valori del passato a causa dell’avanzare della modernizzazione.

I suoi personaggi sono spesso piccoli impiegati umiliati quotidianamente sul posto di lavoro dai capi. La lotta nel tentativo di rimanere a galla in una società che li annienta è ben evidenziata, ad esempio, in Il coro di Tokyo (1931), storia di un padre di famiglia ingiustamente licenziato e costretto a trovare un modo per poter sfamare i propri figli e in Sono nato, ma… (1932), in cui due bambini vengono a scoprire che il padre si è dovuto umiliare di fronte al suo capo.

Sono tematiche che ricorrono anche nei successivi lavori di Ozu, un regista che non amava troppo le innovazioni tecniche (il suo primo film sonoro, Figlio unico, lo realizza solamente nel 1936). Le donne di Tokyo (1933), Fratelli e sorelle della famiglia Toda (1941), C’era un padre (1942), sono solo tre ulteriori esempi di opere di Ozu incentrate sui rapporti, spesso drammatici, all’interno della famiglia. Un tema che verrà ripreso e ampliato a partire dal dopoguerra, quando l’attività del regista riprenderà dopo una interruzione durante gli anni del conflitto a causa della sua cattura e dell’internamento in un campo inglese di prigionieri militari a Singapore.

La guerra e il dopoguerra

Negli anni antecedenti il secondo conflitto mondiale, prima dell’ingresso in guerra del Giappone avvenuto con l’attacco alla base americana di Pearl Harbor all’alba del 7 dicembre 1941, e durante tutto il periodo della guerra, il cinema giapponese, così come accadeva in Italia e Germania, era utilizzato soprattutto a scopi di propaganda. A tal proposito le autorità avevano imposto una pesante censura sui film prodotti in terra nipponica, di fatto complicando non poco la vita a quei registi che rifiutavano di sottomettersi alle numerose imposizioni e divieti.

Su tutti i registi attivi durante questo periodo, emerse Tasaka Tomotaka che, con film quali I cinque ricognitori (1938), Terra e soldati (1939), Il ronzio dell’aeroplano (1939), celebrava la grandezza e la potenza dell’esercito dell’impero nipponico, in un’esaltazione nazionalistica comune a molti altri suoi colleghi.

Nonostante ciò, gli anni del conflitto videro l’esordio di due fra i più migliori registi della nuova generazione di cineasti nipponici: Kinoshita Keisuke e, soprattutto, Kurosawa Akira che, nel 1943, realizzò il suo primo lungometraggio, Sugata Sanshirō, storia di un grande campione di judo vissuto alla fine dell’Ottocento. Film che superò il vaglio della censura seppur con diversi tagli a causa di alcune scene d’amore (non esplicite perché le scene apertamente sessuali erano bandite) che rendevano Kurosawa, agli occhi dei censori, impregnato di sentimentalismo di matrice “anglo-americana”.

Nel dopoguerra, durante il periodo di occupazione americana dopo la sconfitta del Giappone (1945-1952), il peso della censura non si affievolì. Semplicemente cambiarono i parametri con i quali i film venivano approvati oppure no. Vennero così banditi film con una chiara propaganda militarista; in cui fossero presenti temi nazionalistici o xenofobi, o in cui si esaltava l’onore derivante dalla lealtà feudale o, ancora, che esaltassero la sottomissione femminile o la brutalità e la violenza.

La fine della guerra, e gli orrori che in Giappone culminarono con le bombe atomiche su Nagasaki e Hiroshima, l’occupazione statunitense e la guerra di Corea cominciata nel 1952, portarono allo sviluppo di un filone di film dichiaratamente antimilitaristi.

Guerra e pace (Yamamoto Satsuo e Kumei Fumio, 1947) e Rientro in patria (ōba Hideo, 1950), raccontano entrambi, seppur in maniera differente, il dramma e il disadattamento dei reduci. Fino al nostro prossimo incontro (Imai Tadashi, 1950) e Ventiquattro occhi (Kinoshita Keisuke, 1954) trattano invece le conseguenze della guerra sul fronte interno.

Ma è il capolavoro di Ichikawa Kon L’arpa birmana (1956) che meglio rappresenta le istanze di pacifismo alle quali molta della popolazione giapponese anelava. Vincitore del Premio San Giorgio a Venezia, L’arpa birmana è uno dei primi film giapponesi conosciuti in occidente, oltre che essere uno dei più importanti film di sempre a tematiche pacifiste.

Ambientato in Birmania sul finire della guerra, il film di Ichikawa narra le vicende di un drappello di soldati giapponesi che viene annientato dal nemico. Si salva solo il soldato Mizushima che, suonando un’arpa per contrastare la propria tristezza e solitudine, inizierà a viaggiare verso il suo campo, trovando sul cammino solo i resti di soldati giapponesi morti. Tornato in patria, Mizushima decide di dedicarsi alla missione di seppellire i corpi dei connazionali caduti in terra straniera.

È chiaramente una figura altamente simbolica, quella del soldato Mizushima, così fortemente impregnata di umana pietas, che incarna la volontà dell’uomo a non volersi piegare di fronte alle follie dei propri simili, in un viaggio altamente spirituale e dalle forti valenze pacifiste.

Per quanto riguarda il dramma del disastro nucleare, pochi sono i film che affrontano questo delicato tema. Sicuramente il più significativo è Godzilla (Honda Ishirō, 1954), in cui un mostro fantastico, metà gorilla e metà balena, risvegliato dalle operazioni nucleari americane nel Pacifico, minaccia il Giappone, chiaro riferimento – e denuncia – al pericolo rappresentato da una possibile guerra nucleare.

Grandi registi per grandi film

Il dopoguerra e i successivi anni Cinquanta rappresentano un periodo estremamente fecondo per il cinema giapponese.

I già citati Mizoguchi Kenji e Ozu Yasujirō, continueranno la loro attività sino agli anni della loro morte, avvenuta rispettivamente nel 1956 e nel 1963. Di loro meritano di essere ricordati, del primo, La vita di O-Haru – Donna galante (1952) e I racconti della luna pallida di agosto (1953) e, del secondo, Il sapore del riso al tè verde (1952), Viaggio a Tokyo (1953), Il gusto del saké (1962).

Inoltre, accanto ai registi della vecchia guardia, si affermano numerosi cineasti che diventeranno popolari anche da noi.

Kurosawa Akira, con Rashomon (1950) trionfatore a Venezia, diventa a tutti gli effetti la punta di diamante della cinematografia nipponica, conosciuto in tutto il mondo e autore di numerosi capolavori, fra i quali spicca I sette samurai (1954), entrambi interpretati da uno dei più famosi attori giapponesi di tutti i tempi: Mifune Toshirō. Il film è ambientato nel Giappone della fine del XVI secolo in una comunità contadina che, per difendersi dai predoni, assolda sette ronin, cioè samurai senza padrone, allo scopo di difendere il villaggio. Ma i sette samurai faranno di più, insegnando ai contadini a combattere e a difendersi da soli contro i malvagi.

Considerata da tutti l’opera massima nella cinematografia di Kurosawa, I sette samurai è stato oggetto di tre remake, fra i quali, il più famoso è, sicuramente, I magnifici sette di John Sturges (1960), che trasferisce l’azione dall’antico Giappone al west americano.

Alternando film in costume ad altri di ambientazione contemporanea, Kurosawa realizzò circa una trentina di film, dei quali meritano di essere ricordati La sfida del samurai (1961) dal quale Sergio Leone trasse ispirazione per il suo Per un pugno di dollari (1964) film per cui si aprì una questione legale per diritti non versati allo stesso Kurosawa, Anatomia di un rapimento (1963) un film a tinte noir e Barbarossa (1965) film sulla vocazione medica e sul rapporto fra un giovane e ambizioso dottore e il suo maestro e che sancì la fine del lungo sodalizio fra Kurosawa e Mifune.

Kinoshita Keisuke è stato un grande autore di commedie, a cui l’occidente non ha tributato il giusto riconoscimento. Dopo tre opere realizzate nel 1949 e girate con stili diversi: la commedia brillante in Alla salute della signorina!; il comico in Il tamburo rotto e l’horror in I racconti fantastici di Yotsuya, Kinoshita gira, nel 1958, quello che è considerato a tutti gli effetti il suo capolavoro, La leggenda di Narayama. Film drammatico sulle relazioni genitori-figli, in cui in uno sperduto villaggio una anziana madre tenta inutilmente di convincere il figlio a seguire una antica e disumana tradizione che vuole che i vecchi ormai improduttivi vengano portati dai figli su una collina e lì abbandonati al loro destino.

Questo film ebbe un remake, divenuto più famoso dell’originale, diretto nel 1983 da Imamura Shōhei dal titolo La ballata di Narayama.

Ichikawa Kon, conosciuto in occidente soprattutto per L’arpa birmana, comincia la sua carriera nel cinema con una lunga gavetta nel settore del disegno animato, per poi approdare alla regia grazie, anche, al sodalizio con la moglie, la sceneggiatrice Wada Natto, con la quale realizza molte delle sue opere migliori, da L’arpa birmana a La chiave (1957) tratto dal romanzo erotico di Tanizaki Jun’ichirō, da Conflagrazione (1958) a Fuochi nella pianura (1961) con il quale vinse il Pardo d’Oro a Locarno.

La giovanile passione di Ichikawa per l’animazione lo portò a realizzare nel 1967, in collaborazione con Maria Perego, un film con il famoso pupazzo Topo Gigio dal titolo Topo Gigio e la guerra del missile. Una pellicola di produzione giapponese che, nonostante la collaborazione con la creatrice del personaggio – e con Alberto Ongaro, noto fumettista italiano – rimane inedita in Italia.

Gli anni Sessanta: lo svecchiamento del cinema giapponese

Come avvenne in molte parti del mondo, anche in Giappone il decennio fu caratterizzato da un fermento culturale che, per quanto riguarda il cinema, coinvolse numerose giovani leve che misero in discussione il cinema dei vecchi maestri (quello che in Francia i giovani critici dei “Cahiers du Cinéma” definivano, ironicamente, “il cinema di papà”).

Gli anni Sessanta furono un periodo intenso e interessante per la cinematografia del Sol Levante, che vide emergere giovani registi che, successivamente, avrebbero realizzato pellicole riconosciute come indiscussi capolavori sia in patria, sia all’estero.

Registi quali Imamura Shōhei, Ōshima Nagisa, Suzuki Seijun, per citare solo alcuni fra quelli più famosi da noi, ebbero un impatto violento su tutto il vecchio mondo della cinematografia giapponese. I loro film, che vennero paragonati – piuttosto a sproposito – alle opere della Nouvelle vague francese, trattavano temi di grande attualità con una forte aderenza alla realtà.

Ōshima, ad esempio, con Racconto crudele della giovinezza (1960) narra, attraverso una storia criminale, la disillusione delle nuove generazioni in una società oppressiva come quella giapponese. Così come con il successivo Notte e nebbia del Giappone, sempre del 1960, analizza la condizione di grave crisi in cui si trovava, in quegli anni, la sinistra nel paese.

Successivamente Ōshima realizzerà, con produzione francese e dopo quattro anni di inattività, una pellicola divenuta famosissima: Ecco, l’impero dei sensi (1976). Attraverso la vicenda dell’amore fatale fra la giovane Abe Sada e il suo datore di lavoro Kichi “San”, Ōshima mette in scena una vicenda tratta da una storia realmente accaduta qualche decennio prima in cui Eros e Thanatos si compenetrano in una vicenda dall’alto contenuto erotico. Cosa che gli creò non pochi problemi con la severa censura giapponese e un processo per offesa alla pubblica morale.

Tuttavia, non intimorito dai problemi che il film gli aveva creato gira, due anni più tardi, L’impero della passione, un’altra pellicola dalla dirompente carica erotica in cui la passione sessuale sfocia nel crimine.

Nel frattempo Imamura, prendendo a soggetto le fasce più basse della popolazione, realizza, dopo alcune pellicole girate sul finire degli anni Cinquanta, Porci, geishe e marinai (1961). Al di là del brutto titolo italiano (la traduzione del titolo originale dovrebbe essere “Porci e corazzate”), si tratta di un film ambientato presso una base americana in Giappone in cui viene installata, da parte di una banda di yakuza, un commercio illegale di carne di maiale. Un animale che, in questo caso rappresenta, per il regista, una metafora di ciò che i giapponesi sono diventati, venduti agli occupanti americani e senza più dignità.

Successivamente, con Cronache entomologiche del Giappone (1963) Imamura affronta il tema della condizione femminile nel suo paese attraverso la drammatica vicenda di una donna costretta a prostituirsi per poter sopravvivere.

Dal canto suo, Suzuki Seijun, attivo sin dalla metà degli anni Cinquanta, si specializzerà in film d’azione ambientati nel mondo contemporaneo della yakuza, fra cui, i più famosi, sono Deriva a Tokyo, conosciuto anche come Il vagabondo di Tokyo (1966) e La farfalla sul mirino (1967).

Un ventennio di decadenza

A partire dalla metà degli anni Sessanta, con la diffusione di massa della televisione nelle case dei giapponesi che ebbe, come conseguenza, una drastica riduzione del numero di spettatori nelle sale cinematografiche, l’industria del cinema entra in profonda crisi, con il progressivo fallimento di molte case di produzione.

Nel tentativo di non soccombere, verso la metà dei Sessanta, vengono lanciati i cosiddetti pinku-eiga (letteralmente: “film rosa”), cioè film erotici che sfiorano il confine con la pornografia. Fra i principali registi di questo filone va citato soprattutto Wakamatsu Kōji.

Regista estremamente prolifico (in circa quarant’anni di carriera ha realizzato oltre cento lungometraggi), Wakamatsu utilizza il sesso e la violenza per ragionare sul degrado della società giapponese.

In occidente Wakamatsu non è molto conosciuto, se non nei circuiti di appassionati cinefili e, della sua sterminata produzione, poco o nulla è arrivato a noi. Tra le pellicole giunte sui nostri schermi (grazie anche all’appassionata opera divulgatrice di Enrico Ghezzi nel suo “Fuori orario”) ricordiamo Angeli violati (1967), Vagabondo del sesso (1967), Omicidio di un uomo, omicidio di una donna: pallottola nuda (1969), Su su per la seconda volta vergine (1969).

Caterpillar (2010) uno dei suoi ultimi film, ha ricevuto l’Orso d’argento per la miglior attrice (Terajima Shinobu) al Festival di Berlino.

In un periodo estremamente difficile, a tenere alta la bandiera del cinema giapponese in questo ventennio ci penseranno i grandi maestri.

Kurosawa realizza, grazie anche a produzioni straniere, Dersu Uzala – Il piccolo uomo delle grandi pianure (1975) che gli vale l’Oscar come miglior film straniero, Kagemusha – L’ombra del grande guerriero (1980) e Ran (1985), trasposizione del Re Lear ambientato nel Giappone feudale.

Ōshima, dopo aver realizzato gli scandalosi Ecco, l’impero dei sensi e L’impero della passione, gira Furyo (1983) con l’icona rock David Bowie, altro film in cui è molto presente la componente sessuale che, in tal caso, si intreccia in maniera forte, con la guerra.

Infine Imamura realizza il già citato La ballata di Narayama con il quale vince la Palma d’Oro a Cannes, battendo proprio il Furyo di Ōshima.

Gli anni Novanta: Kitano Takeshi

In Europa il fenomeno Kitano (noto anche con lo pseudonimo di Beat Takeshi) esplode nel 1997 con la vittoria – e conseguente consacrazione –  del Leone d’Oro a Venezia con il bellissimo e malinconico Hana-Bi – Fiori di fuoco. Storia di Nichi, ex poliziotto (interpretato dallo stesso regista) dai modi bruschi e spesso oltre le regole, perseguitato dagli strozzini della yakuza. Al contempo, Nichi vive il dramma della moglie, malata terminale di cancro. La scena finale del film, con l’addio alla sua amata su una spiaggia deserta e, in lontananza, una bambina che fa volare in cielo un aquilone, con l’accompagnamento di una musica struggente, perfetta per l’occasione, è una delle scene più poetiche che il cinema abbia mai concepito.

Eppure la carriera di Kitano, che arriva dalla televisione in cui svolgeva il ruolo di comico e di presentatore, inizia alla fine del decennio precedente. Del 1989 è, infatti, Violent Cop , un film in cui già si prefigurano le commistioni tipiche del regista, dove violenza e poesia convivono in perfetto equilibrio.

A seguire, dopo la parentesi poetica di Silenzio sul mare (1991), Kitano torna alle sue tematiche preferite con Sonatine (1993), ambientato nel mondo violento della yakuza, un ambiente che ritornerà, oltre al già citato Hana-bi, in Brother (2000) e nel trittico Outrage (2010), Outrage Beyond (2012) e Outrage Coda (2017). In mezzo, vari film con tematiche diverse ma tutti accomunati dall’identico afflato poetico. Fra questi, L’estate di Kikujiro (1999), Dolls (2002) e Zatōichi (2003).

Lo Studio Ghibli e i film d’animazione di Miyazaki Hayao

Lo studio di film d’animazione Ghibli venne fondato nel 1985 da Miyazaki Hayao, Takahata Isao, Suzuki Toshio e Tokuma Yasuvoshi. Sicuramente fra i quattro il nome di maggior spicco è quello di Miyazaki, autore di film acclamati dalla critica e amati dal pubblico sia giapponese, sia occidentale.

Attivo sin dagli anni Settanta, Miyazaki realizza i suoi primi lungometraggi per la Ghibli a partire dalla metà degli anni Ottanta. Il suo primo film, Laputa – l castello nel cielo è del 1986. Ma il suo primo, grande successo di pubblico è stato Kiki – Consegne a domicilio (1989) trionfatore al botteghino in Giappone con oltre due milioni di spettatori.

Per Miyazaki il grande successo in Occidente arriva nel 2001, con il bellissimo La città incantata, trionfatore a Berlino con l’Orso d’Oro e, giustamente, considerato il capolavoro del regista.

Attraverso la storia della piccola Chihiro e dei suoi genitori che, dopo aver sbagliato strada, a causa della loro ingordigia, vengono trasformati in maiali, mentre la bambina si ritrova in una città abitata da spiriti.

Chichiro si ritrova così da sola, catapultata in un mondo magico dominato da mostri che divorano tutto ma adorati perché producono ricchezza, con fiumi sommersi dall’immondizia o dal cemento. La città incantata rappresenta un viaggio di formazione per la piccola protagonista che, al termine del suo percorso ritrova i genitori, nel frattempo ritornati umani. Risalendo in macchina con loro per dirigersi verso la meta iniziale, si ritroverà più grande e consapevole di aver fatto un passo in avanti verso la maturità.

A seguito del successo internazionale di questo film, sono state proposte al pubblico occidentale buona parte delle opere precedenti di Miyazaki: Il mio vicino Totoro (1988), Kiki – Consegne a domicilio (1989), Porco Rosso (1991), La principessa Mononoke (1997).

Nei film di Miyazaki sono riconoscibili alcuni filoni tematici ricorrenti. In particolare è sempre ben presente il tema ecologista, diretta derivazione dalla cultura shintoista con cui il regista è stato cresciuto, che prevede una visione non antropocentrica, bensì l’equilibrio fra uomo e universo.

In secondo luogo Miyazaki rifiuta di catalogare i suoi personaggi in buoni e cattivi, come avviene al contrario in molti film animati occidentali. I suoi personaggi sono figure assai complesse, con sentimenti contrastanti che li rendono molto più vicini alla realtà di quanto non lo siano, ad esempio, i personaggi di Walt Disney.

Inoltre, i suoi film hanno una componente “femminista” molto sviluppata. In molti casi le donne svolgono un ruolo da protagonista, ma anche laddove non lo sono, si tratta, comunque, di figure forti che ribaltano gli stereotipi di genere molto presenti nei film d’animazione giapponese.

Dopo il grande successo di La città incantata Miyazaki realizza Il castello errante di Howl (2004) e Ponyo sulla scogliera (2008) e, ultimo film da lui diretto sino ad ora, Si alza il vento (2013), tratto dall’omonimo manga (fumetto) realizzato dallo stesso regista.

Nel 2005, infine, la Mostra del Cinema di Venezia gli tributa il Leone d’Oro alla carriera, il primo nella storia destinato a un regista di animazione.

Gli anni Duemila

Il nuovo secolo porta, nel cinema giapponese, una ventata d’aria fresca, anticipata dai grandi successi di Kitano Takeshi. Nuovi registi si affiancano a quelli già in attività e iniziano a farsi conoscere in tutto il mondo.

Oltre a Takita Yōjirō, per altro già attivo sin dai primi anni Ottanta e che, con il suo Departures (2008), vince l’Oscar come miglior film straniero, sono due i nomi che si affacciano prepotentemente alla ribalta. Koreeda Hirokazu e Hamaguchi Ryusuke.

Koreeda Hirokazu esordisce dietro la macchina da presa intorno alla metà degli anni Novanta, dapprima come documentarista e poi, nel 1995, con Maborosi, suo primo lungometraggio. Nel suo cinema una particolare attenzione viene data ai legami personali e, in particolare, a quelli familiari tra genitori e figli. Come accade ad esempio in Father and Son (2013):  due coppie crescono, a causa di uno scambio di neonati, un figlio che non è veramente il loro.

La famiglia compare anche in  Little Sister (2014) che racconta una storia di inclusione in cui tre sorelle, alla morte del padre che le ha lasciate molti anni prima, fanno la conoscenza – e accettano fra di loro – della sorellastra.

Per arrivare a Un affare di famiglia (2018), film che gli è valsa la Palma d’Oro a Cannes. Il film affronta il tema della disgregazione familiare e della riunificazione, attraverso le vicende di una famiglia estremamente povera dedita a piccoli furti che accoglie una bambina sperduta e impaurita, che diventa parte integrante della famiglia. Anche in questo caso, seppur in maniera diversa, Koreeda introduce l’elemento dell’inclusione, come già accaduto in Little Sister.

Infine, il tema della famiglia allargata viene riproposto anche in Broker (2022), ultima fatica di Koreeda, presentata a Cannes 2022 e ambientato, anziché nel natio Giappone, nella vicina Corea del Sud.

Drive My Car

Per chiudere questa rapida e non esaustiva carrellata su oltre cento anni di storia di cinema in Giappone, è doveroso, infine, citare Hamaguchi Ryûsuke, stella nascente del cinema giapponese, trionfatore all’ultima edizione degli Oscar con il suo Drive My Car (2021) tratto da un racconto dello scrittore Murakami Haruki.

Nel film della durata di circa tre ore Hamaguchi affronta la storia di Kafuku Yûsuke, un attore e regista teatrale che, dopo l’improvvisa morte della moglie, entra in crisi, anche a seguito della scoperta avvenuta per caso del  tradimento della donna.

Dopo circa quaranta minuti di prologo la scena si sposta due anni più tardi, quando Yûsuke accetta di tornare sulle scene per dirigere lo “Zio Vanja” di Anton Čechov per il Festival della Cultura di Hiroshima. Nonostante l’iniziale sua contrarietà accetta come autista della sua amata Saab rosso fuoco Misaki, una taciturna e strana ragazza.

E, nonostante l’iniziale diffidenza, fra i due si instaura un rapporto che, col procedere del film, si trasforma in qualcosa di simile a quello che ci può essere fra un padre e una figlia.

Fra tante parole e anche molti silenzi il film di Hamaguchi riflette in maniera estremamente delicata su tematiche quali il rapporto fra il passato e il presente e la reale funzione della parola. Significativo il fatto che ognuno degli attori prescelti a interpretare lo “Zio Vanya” reciti, nelle lunghe ed estenuanti prove, una lingua diversa, dal filippino, al giapponese, addirittura alla lingua dei segni parlata da un’attrice sordomuta. E che nei lunghi tragitti in macchina Yûsuke non faccia altro che risentire più e più volte le cassette sulle quali era stata registrata la voce della moglie defunta che recita le battute del testo del grande drammaturgo russo.

Con Hamaguchi Ryûsuke – che per altro aveva già vinto l’Orso d’Argento a Berlino con il precedente Il gioco del destino e della fantasia (2021) – si conferma e continua la tradizione del Sol Levante, che ha saputo offrire al pubblico di tutto il mondo capolavori assoluti della cosiddetta settima arte.

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Il cinema giapponese dalle origini a ‘Drive My Car’

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  1. Kieran Smith, Guy S Taylor, Lise H Brunsgaard, Mark Walker, Kelly A Bowden Davies, Emma J Stevenson, Daniel J West. Thrice daily consumption of a novel, premeal shot containing a low dose of whey protein increases time in euglycemia during 7 days of free-living in individuals with type 2 diabetes. BMJ Open Diabetes Research & Care, 2022; 10 (3): e002820 DOI: 10.1136/bmjdrc-2022-002820

In a study, which holds potential for dietary management of the condition, people with type 2 diabetes drank a pre-made shot before meals which contained a low dose of whey protein. They were monitored for a week as they went about normal daily life.

To compare the potential benefits of whey protein, the same participants also spent a week drinking a control shot that contained no protein in order to measure the results against each other.

Results from continuous glucose monitoring revealed that glucose levels were much better controlled when taking the whey supplement before meals. On average, they had two hours extra per day of normal blood sugar levels compared to the no protein week. In addition, their daily blood glucose levels were 0.6 mmol/L lower compared to when they consumed the supplement without any protein.

Dr Daniel West, Senior Lecturer and Principal Investigator working within the Human Nutrition Research Centre and Diabetes Research Group at Newcastle University, UK said: “While previous studies for a few hours in the lab have shown the potential for this dietary intervention, this is the first time that people have been monitored as they go about normal life.

“We believe the whey protein works in two ways, firstly, by slowing down how quickly food passes through the digestive system and secondly, by stimulating a number of important hormones that prevent the blood sugars climbing so high.

“As we see growing numbers of people around the world developing diabetes, investigating the potential of alternatives to drugs such as food supplements becomes more important.”

18 people with type 2 diabetes consumed a small drink — in a 100 ml shot- with 15 grams of protein 10 minutes before breakfast, lunch and dinner over seven days and remained on their prescribed diabetes medication. Continuous glucose monitoring automatically tracked blood glucose levels over the course of the week.

Newcastle University PhD student, Kieran Smith, who oversaw the glucose monitoring and analysed the data, said: “People were able to stick to the regime and liked the idea of having a convenient, tasty, small pre-made drink that could be carried with them and taken before meals.”

The team intend to further explore the benefits of non-medical interventions running the study on a larger scale and for a longer period of up to six months. They also plan to look at alternative proteins, such as those that come from plant sources like peas, fungi and potatoes to open up options for vegan and religious dietary needs.

We would love to say thanks to the author of this article for this outstanding content

Protein supplement helps control Type 2 diabetes

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" } ["summary"]=> string(582) "Journal Reference: Kieran Smith, Guy S Taylor, Lise H Brunsgaard, Mark Walker, Kelly A Bowden Davies, Emma J Stevenson, Daniel J West. Thrice daily consumption of a novel, premeal shot containing a low dose of whey protein increases time in euglycemia during 7 days of free-living in individuals with type 2 diabetes. BMJ Open Diabetes ... Read more" ["atom_content"]=> string(3772) "

Journal Reference:

  1. Kieran Smith, Guy S Taylor, Lise H Brunsgaard, Mark Walker, Kelly A Bowden Davies, Emma J Stevenson, Daniel J West. Thrice daily consumption of a novel, premeal shot containing a low dose of whey protein increases time in euglycemia during 7 days of free-living in individuals with type 2 diabetes. BMJ Open Diabetes Research & Care, 2022; 10 (3): e002820 DOI: 10.1136/bmjdrc-2022-002820

In a study, which holds potential for dietary management of the condition, people with type 2 diabetes drank a pre-made shot before meals which contained a low dose of whey protein. They were monitored for a week as they went about normal daily life.

To compare the potential benefits of whey protein, the same participants also spent a week drinking a control shot that contained no protein in order to measure the results against each other.

Results from continuous glucose monitoring revealed that glucose levels were much better controlled when taking the whey supplement before meals. On average, they had two hours extra per day of normal blood sugar levels compared to the no protein week. In addition, their daily blood glucose levels were 0.6 mmol/L lower compared to when they consumed the supplement without any protein.

Dr Daniel West, Senior Lecturer and Principal Investigator working within the Human Nutrition Research Centre and Diabetes Research Group at Newcastle University, UK said: “While previous studies for a few hours in the lab have shown the potential for this dietary intervention, this is the first time that people have been monitored as they go about normal life.

“We believe the whey protein works in two ways, firstly, by slowing down how quickly food passes through the digestive system and secondly, by stimulating a number of important hormones that prevent the blood sugars climbing so high.

“As we see growing numbers of people around the world developing diabetes, investigating the potential of alternatives to drugs such as food supplements becomes more important.”

18 people with type 2 diabetes consumed a small drink — in a 100 ml shot- with 15 grams of protein 10 minutes before breakfast, lunch and dinner over seven days and remained on their prescribed diabetes medication. Continuous glucose monitoring automatically tracked blood glucose levels over the course of the week.

Newcastle University PhD student, Kieran Smith, who oversaw the glucose monitoring and analysed the data, said: “People were able to stick to the regime and liked the idea of having a convenient, tasty, small pre-made drink that could be carried with them and taken before meals.”

The team intend to further explore the benefits of non-medical interventions running the study on a larger scale and for a longer period of up to six months. They also plan to look at alternative proteins, such as those that come from plant sources like peas, fungi and potatoes to open up options for vegan and religious dietary needs.

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Routine blood tests sometimes uncover some problems. Nothing serious, but it is clear that knowing you have high cholesterol or high triglycerides sounds a small alarm bell.

This generates the need to change your lifestyle a little or to adopt healthy habits. The feeding behavior, while not replacing any pharmacological therapies, when necessary, can represent an important help. And unsuspected allies can be added to it.

An example of this is represented by bergamot. Based on what can be read on the website of theHumanitas could help against some critical issues.

In particular, this fruit would be a natural remedy comparable in effectiveness to statins, that is, a group of drugs. This, of course, by no means means that they are two interchangeable or alternative things. However, the concept helps to introduce the extraordinary nature of this fruit.

Discovering bergamot

95% of the world production of bergamot takes place along the coast of the metropolitan city of Reggio Calabria which embraces the Tyrrhenian and Ionian seas, passing through the Strait. And even if it is not the totality at the international level, it is there that the best results are obtained. A prodigy of nature due to a particular microclimate.

This citrus fruit is well known in the field of cosmetics, but it is acquiring the importance it deserves for other qualities as well. Humanitas recalls how some research has associated its consumption with the reduction of bad LDL cholesterol. Hence, precisely, the comparison with statins. It should be emphasized that the benefits are mainly attributable to the essential oil obtained from the peel.

This fruit would be a natural remedy comparable to some specific drugs to lower cholesterol and triglycerides

But what are statins? The Istituto Superiore di Santià defines them as drugs that reduce the levels of fats in the blood. They would do this by blocking the enzyme that generates the formation of cholesterol: that is, the one self-produced by the body that is generated in excess as a result of wrong eating habits. And they would also have the ability to lower blood triglycerides by 10%.

Before prescribing statins, according to the protocols, doctors recommend lifestyle changes. Examples are adopting a diet that is healthy and balanced, abandoning a sedentary lifestyle and perhaps weight loss. And in this first step the consumption of bergamot, in the terms possibly recommended by a specialist, could help.

What is certain is that, before taking initiatives, you should always consult your doctor. The general indications, in fact, cannot take into account the specific situation of each subject and any other critical issues. Therefore, never move independently and without the guidance of those who have the medical skills to indicate the right choices.

Recommended reading

Other than sleeping eight hours a night, that’s why everyone may have trouble sleeping and disturbed sleep in the future

(The information in this article is for informational purposes only and does not in any way substitute for medical advice and / or the opinion of a specialist. Furthermore, it does not constitute an element for formulating a diagnosis or for prescribing a treatment. For this reason it is recommended, in any case, to always seek the opinion of a doctor or a specialist and to read the warnings regarding this article and the author’s responsibilities which can be consulted. HERE”)

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Routine blood tests sometimes uncover some problems. Nothing serious, but it is clear that knowing you have high cholesterol or high triglycerides sounds a small alarm bell.

This generates the need to change your lifestyle a little or to adopt healthy habits. The feeding behavior, while not replacing any pharmacological therapies, when necessary, can represent an important help. And unsuspected allies can be added to it.

An example of this is represented by bergamot. Based on what can be read on the website of theHumanitas could help against some critical issues.

In particular, this fruit would be a natural remedy comparable in effectiveness to statins, that is, a group of drugs. This, of course, by no means means that they are two interchangeable or alternative things. However, the concept helps to introduce the extraordinary nature of this fruit.

Discovering bergamot

95% of the world production of bergamot takes place along the coast of the metropolitan city of Reggio Calabria which embraces the Tyrrhenian and Ionian seas, passing through the Strait. And even if it is not the totality at the international level, it is there that the best results are obtained. A prodigy of nature due to a particular microclimate.

This citrus fruit is well known in the field of cosmetics, but it is acquiring the importance it deserves for other qualities as well. Humanitas recalls how some research has associated its consumption with the reduction of bad LDL cholesterol. Hence, precisely, the comparison with statins. It should be emphasized that the benefits are mainly attributable to the essential oil obtained from the peel.

This fruit would be a natural remedy comparable to some specific drugs to lower cholesterol and triglycerides

But what are statins? The Istituto Superiore di Santià defines them as drugs that reduce the levels of fats in the blood. They would do this by blocking the enzyme that generates the formation of cholesterol: that is, the one self-produced by the body that is generated in excess as a result of wrong eating habits. And they would also have the ability to lower blood triglycerides by 10%.

Before prescribing statins, according to the protocols, doctors recommend lifestyle changes. Examples are adopting a diet that is healthy and balanced, abandoning a sedentary lifestyle and perhaps weight loss. And in this first step the consumption of bergamot, in the terms possibly recommended by a specialist, could help.

What is certain is that, before taking initiatives, you should always consult your doctor. The general indications, in fact, cannot take into account the specific situation of each subject and any other critical issues. Therefore, never move independently and without the guidance of those who have the medical skills to indicate the right choices.

Recommended reading

Other than sleeping eight hours a night, that’s why everyone may have trouble sleeping and disturbed sleep in the future

(The information in this article is for informational purposes only and does not in any way substitute for medical advice and / or the opinion of a specialist. Furthermore, it does not constitute an element for formulating a diagnosis or for prescribing a treatment. For this reason it is recommended, in any case, to always seek the opinion of a doctor or a specialist and to read the warnings regarding this article and the author’s responsibilities which can be consulted. HERE”)

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Journal Reference:

  1. Mugihiko Kato, Toshiki Okumura, Yasuhiro Tsubo, Junya Honda, Masashi Sugiyama, Kazushige Touhara, Masako Okamoto. Spatiotemporal dynamics of odor representations in the human brain revealed by EEG decoding. Proceedings of the National Academy of Sciences, 2022; 119 (21) DOI: 10.1073/pnas.2114966119

Does the smell of a warm cup of coffee help you start your day the right way? Or can you not stand the strong, heady stuff? According to new research, how quickly your brain processes the smell of your morning beverage might depend on whether you think that odor is pleasant or not.

A team at the University of Tokyo created a special device that can deliver 10 diverse odors in a way that is accurate and timely. The odors were administered to participants who rated their pleasantness while wearing noninvasive scalp-recorded electroencephalogram (EEG) caps, which record signals inside the brain. The team was then able to process the EEG data using machine learning-based computer analysis, to see when and where the range of odors was processed in the brain with high temporal resolution for the first time.

“We were surprised that we could detect signals from presented odors from very early EEG responses, as quickly as 100 milliseconds after odor onset, suggesting that representation of odor information in the brain occurs rapidly,” said doctoral student Mugihiko Kato from the Graduate School of Agricultural and Life Sciences at the University of Tokyo.

Detection of odor by the brain occurred before the odor was consciously perceived by the participant, which didn’t happen until several hundred milliseconds later. “Our study showed that different aspects of perception, in particular odor pleasantness, unpleasantness and quality, emerged through different spatial and temporal cortical processing,” said Kato.

“The representation of unpleasantness in the brain emerged earlier than pleasantness and perceived quality,” said Project Associate Professor Masako Okamoto, also from the Graduate School of Agricultural and Life Sciences. When unpleasant odors (such as rotten and rancid smells) were administered, participants’ brains could differentiate them from neutral or pleasant odors as early as 300 milliseconds after onset. However, representation of pleasant odors (such as floral and fruity smells) in the brain didn’t occur until 500 milliseconds onwards, around the same time as when the quality of the odor was also represented. From 600-850 milliseconds after odor onset, significant areas of the brain involved in emotional, semantic (language) and memory processing then became most involved.

The earlier perception of unpleasant odors may be an early warning system against potential dangers. “The way each sensory system recruits the central nervous system differs across the sensory modalities (smell, light, sound, taste, pressure and temperature). Elucidating when and where in the brain olfactory (smell) perception emerges helps us to understand how the olfactory system works,” said Okamoto. “We also feel that our study has broader methodological implications. For example, it was not known that scalp-recorded EEG would allow us to assess representation of odors from time periods as early as 100 milliseconds.”

This high temporal resolution imaging of how our brains process odors may be a stepping stone towards better understanding the mechanisms of neurodegenerative diseases in future, such as Parkinson’s and Alzheimer’s diseases, in which a dysfunction in the sense of smell is an early warning sign. The team is interested in exploring several further research avenues. “In our daily life, odors are perceived along with other sensory information like vision, and each sense influences the perception of the other,” said Kato. “Although we presented olfactory stimuli alone in the current study, we think that analyzing brain activity under more natural conditions, such as presenting odors with a movie, is important.” Perhaps Smell-O-Vision might yet make a comeback?

Funding

This work was supported by the Grant-in-Aid for Scientific Research on Innovative Areas from Japan Society for the Promotion of Science to M.O. (18H04998 and 21H05808) and JST-Mirai program to K.T. (JPMJMI17DC and JPMJMI19D1).

We wish to say thanks to the writer of this write-up for this incredible content

Seeing how odor is processed in the brain

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  1. Mugihiko Kato, Toshiki Okumura, Yasuhiro Tsubo, Junya Honda, Masashi Sugiyama, Kazushige Touhara, Masako Okamoto. Spatiotemporal dynamics of odor representations in the human brain revealed by EEG decoding. Proceedings of the National Academy of Sciences, 2022; 119 (21) DOI: 10.1073/pnas.2114966119

Does the smell of a warm cup of coffee help you start your day the right way? Or can you not stand the strong, heady stuff? According to new research, how quickly your brain processes the smell of your morning beverage might depend on whether you think that odor is pleasant or not.

A team at the University of Tokyo created a special device that can deliver 10 diverse odors in a way that is accurate and timely. The odors were administered to participants who rated their pleasantness while wearing noninvasive scalp-recorded electroencephalogram (EEG) caps, which record signals inside the brain. The team was then able to process the EEG data using machine learning-based computer analysis, to see when and where the range of odors was processed in the brain with high temporal resolution for the first time.

“We were surprised that we could detect signals from presented odors from very early EEG responses, as quickly as 100 milliseconds after odor onset, suggesting that representation of odor information in the brain occurs rapidly,” said doctoral student Mugihiko Kato from the Graduate School of Agricultural and Life Sciences at the University of Tokyo.

Detection of odor by the brain occurred before the odor was consciously perceived by the participant, which didn’t happen until several hundred milliseconds later. “Our study showed that different aspects of perception, in particular odor pleasantness, unpleasantness and quality, emerged through different spatial and temporal cortical processing,” said Kato.

“The representation of unpleasantness in the brain emerged earlier than pleasantness and perceived quality,” said Project Associate Professor Masako Okamoto, also from the Graduate School of Agricultural and Life Sciences. When unpleasant odors (such as rotten and rancid smells) were administered, participants’ brains could differentiate them from neutral or pleasant odors as early as 300 milliseconds after onset. However, representation of pleasant odors (such as floral and fruity smells) in the brain didn’t occur until 500 milliseconds onwards, around the same time as when the quality of the odor was also represented. From 600-850 milliseconds after odor onset, significant areas of the brain involved in emotional, semantic (language) and memory processing then became most involved.

The earlier perception of unpleasant odors may be an early warning system against potential dangers. “The way each sensory system recruits the central nervous system differs across the sensory modalities (smell, light, sound, taste, pressure and temperature). Elucidating when and where in the brain olfactory (smell) perception emerges helps us to understand how the olfactory system works,” said Okamoto. “We also feel that our study has broader methodological implications. For example, it was not known that scalp-recorded EEG would allow us to assess representation of odors from time periods as early as 100 milliseconds.”

This high temporal resolution imaging of how our brains process odors may be a stepping stone towards better understanding the mechanisms of neurodegenerative diseases in future, such as Parkinson’s and Alzheimer’s diseases, in which a dysfunction in the sense of smell is an early warning sign. The team is interested in exploring several further research avenues. “In our daily life, odors are perceived along with other sensory information like vision, and each sense influences the perception of the other,” said Kato. “Although we presented olfactory stimuli alone in the current study, we think that analyzing brain activity under more natural conditions, such as presenting odors with a movie, is important.” Perhaps Smell-O-Vision might yet make a comeback?

Funding

This work was supported by the Grant-in-Aid for Scientific Research on Innovative Areas from Japan Society for the Promotion of Science to M.O. (18H04998 and 21H05808) and JST-Mirai program to K.T. (JPMJMI17DC and JPMJMI19D1).

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Seeing how odor is processed in the brain

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The Mexican Stock Exchange closed the week with gains (Photo: EFE/ File)

The Mexican Stock Exchange (BMV) He closed the week in positive territory, so he continues his good streak.

After the BMV on Friday gained 0.61% in the Index of Prices and Quotations (IPC)its main indicator, until reaching the 52 thousand 463.55 unitswhich added to the previous advances, the numbers helped him close the week with a gain of 1.83%, his third with gains.

The IPC “recorded its third consecutive week of increases in which it accumulates a gain of 5.9%,” he explained to Eph Banco Base analyst Alfredo Sandoval.

Photo: EFE/Jorge Núñez/Archive
Photo: EFE/Jorge Núñez/Archive

He stressed that within the IPC “the results were mixed”, among the 35 main companies that make up the indicator.

“Weekly gains were reported for 20 stations and losses for the remaining 15”, he pointed out.

The specialist pointed out that among the companies that suffered the greatest losses were Pinfra (-12.26%), Gruma (-4.47%), Operadora de Sites (-3.38%), BMV (-3.05%) and Alfa (-2.53%).

While among the companies that had the greatest advances were Grupo Carso (+11.39%), Televisa (+7.23%), Bimbo (+6.35%) and Grupo Financiero Inbursa (+5.84%).

With the gain of this day, the IPC reduced its loss so far this year to -1.52%.

In the day, The Mexican peso appreciated 0.85% against the dollarwhen trading at 19.6 units per greenback in the interbank market, which represents his best level in two years.

(Photo: Cuartoscuro/ File)
(Photo: Cuartoscuro/ File)

In this way, the peso achieved a weekly appreciation of 1.5%accumulating four weeks of gains against the dollar, according to wholesale operations reported by the agency Bloomberg.

The IPC closed at 52 thousand 463.55 units with a gain of 320.55 points and a positive variation of 0.61% compared to the previous session.

The volume traded in the market reached 220.1 million titles for an amount of 23,621 million pesos (about 1 thousand 205.1 million dollars).

Of the 614 firms that listed on the day, 411 ended with their prices rising, 183 had losses and 20 closed unchanged.

Photo: EFE/ José Méndez/ File
Photo: EFE/ José Méndez/ File

The titles with the greatest upward variation were those of the Grupo Rotoplas (AGUA) water storage, conduction and improvement company, with 8.67%; the construction and infrastructure firm Grupo Mexicano de Desarrollo (GMD), with 3.91%, and the homebuilder Vinte Viviendas Integrales, with 3.78%.

In contrast, the titles with the greatest downward variation were those of the homebuilder Corpovael (CADU A), with -4.74%; the Promoter and Operator of Infrastructure Pinfra (PINFRA L), with -4.7%, and the supermarket chain Soriana Organization (SORIANA B) with -2.82%.

On the day, hethe four sectors wonstarting with the financial (1.45%), followed by the industrial (1.15%), materials (0.91%) and frequent consumption (0.36%).

The strengthening of the weight

The Mexican peso has reached its best levels in two years.  (Photo: EFE/File)
The Mexican peso has reached its best levels in two years. (Photo: EFE/File)

On Friday, the Mexican peso reached its best level in two years, appreciating 0.85% against the dollar, trading at 19.6 units per greenback in the interbank market.

According to specialists consulted by The universalthe minutes of the last meeting of the Banco de México Board that was released last Thursday, agree that the central bank will raise its main rate by 75 basis points for the first time in history, so it would go from 7% to 7.75% on June 23, to try to contain inflation and its expectations.

Just this expectation of a rise of 75 points, gave impetus to the Mexican currency, so the Mexican currency would have additional gains in the short term.

Gabriela SillerDirector of Economic Analysis at Grupo Financiero BASE and professor of economics at Tecnológico de Monterrey, considered that the appreciation of the peso is a consequence of the entry of dollars into the country through remittances and exportswhich are due to the growth of the US, not that of Mexicoas he pointed out on his Twitter account.

The BMV closed the week in positive territory reaching a

Nevertheless, Bank of America (BofA), points out that the weight is going through a period of remarkable stability and soliditybeing of the most resistant and fast recovering coins among emerging economies.

“Although we do not expect a strong appreciation of the peso, we continue to expect it to show the best performance in Latin America, together, perhaps, with the Brazilian real. The implied volatility of the peso remains very low compared to the rest of the emerging markets, which shows that the market is aligned with our opinion that the peso will probably remain stable in the short term”, estimated BofA.

With information from EFE

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What is behind the fine that Iberdrola received for USD 467 million from CRE
Massive blackout affected Yucatan, Quintana Roo and Campeche
The US deleted from its blacklist companies linked to the “Blue” Esparragoza of the Sinaloa Cartel

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The BMV closed the week in positive territory, reaching a gain of 1.83%


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The Mexican Stock Exchange closed the week with gains (Photo: EFE/ File)

The Mexican Stock Exchange (BMV) He closed the week in positive territory, so he continues his good streak.

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The IPC “recorded its third consecutive week of increases in which it accumulates a gain of 5.9%,” he explained to Eph Banco Base analyst Alfredo Sandoval.

Photo: EFE/Jorge Núñez/Archive
Photo: EFE/Jorge Núñez/Archive

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(Photo: Cuartoscuro/ File)
(Photo: Cuartoscuro/ File)

In this way, the peso achieved a weekly appreciation of 1.5%accumulating four weeks of gains against the dollar, according to wholesale operations reported by the agency Bloomberg.

The IPC closed at 52 thousand 463.55 units with a gain of 320.55 points and a positive variation of 0.61% compared to the previous session.

The volume traded in the market reached 220.1 million titles for an amount of 23,621 million pesos (about 1 thousand 205.1 million dollars).

Of the 614 firms that listed on the day, 411 ended with their prices rising, 183 had losses and 20 closed unchanged.

Photo: EFE/ José Méndez/ File
Photo: EFE/ José Méndez/ File

The titles with the greatest upward variation were those of the Grupo Rotoplas (AGUA) water storage, conduction and improvement company, with 8.67%; the construction and infrastructure firm Grupo Mexicano de Desarrollo (GMD), with 3.91%, and the homebuilder Vinte Viviendas Integrales, with 3.78%.

In contrast, the titles with the greatest downward variation were those of the homebuilder Corpovael (CADU A), with -4.74%; the Promoter and Operator of Infrastructure Pinfra (PINFRA L), with -4.7%, and the supermarket chain Soriana Organization (SORIANA B) with -2.82%.

On the day, hethe four sectors wonstarting with the financial (1.45%), followed by the industrial (1.15%), materials (0.91%) and frequent consumption (0.36%).

The strengthening of the weight

The Mexican peso has reached its best levels in two years.  (Photo: EFE/File)
The Mexican peso has reached its best levels in two years. (Photo: EFE/File)

On Friday, the Mexican peso reached its best level in two years, appreciating 0.85% against the dollar, trading at 19.6 units per greenback in the interbank market.

According to specialists consulted by The universalthe minutes of the last meeting of the Banco de México Board that was released last Thursday, agree that the central bank will raise its main rate by 75 basis points for the first time in history, so it would go from 7% to 7.75% on June 23, to try to contain inflation and its expectations.

Just this expectation of a rise of 75 points, gave impetus to the Mexican currency, so the Mexican currency would have additional gains in the short term.

Gabriela SillerDirector of Economic Analysis at Grupo Financiero BASE and professor of economics at Tecnológico de Monterrey, considered that the appreciation of the peso is a consequence of the entry of dollars into the country through remittances and exportswhich are due to the growth of the US, not that of Mexicoas he pointed out on his Twitter account.

The BMV closed the week in positive territory reaching a

Nevertheless, Bank of America (BofA), points out that the weight is going through a period of remarkable stability and soliditybeing of the most resistant and fast recovering coins among emerging economies.

“Although we do not expect a strong appreciation of the peso, we continue to expect it to show the best performance in Latin America, together, perhaps, with the Brazilian real. The implied volatility of the peso remains very low compared to the rest of the emerging markets, which shows that the market is aligned with our opinion that the peso will probably remain stable in the short term”, estimated BofA.

With information from EFE

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The BMV closed the week in positive territory, reaching a gain of 1.83%


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Accustomed to the Croisette, James Gray returns to Cannes in Competition with Armageddon Time. A sort of film summed up by the filmmaker, the latter signs a moving feature film in the form of a semi-autobiography on the edge of Reagan America.

For a few years now, various filmmakers have been drawing on their childhood memories as a creative source. From Cuaron (Rome) to Branagh (Belfast) via Steven Spielberg (The Fabelmans), these directors use this memorial soil to finally talk about an era, a context, family, aspirations and other childhood dreams. With Armageddon Time, James Gray delivers perhaps the most moving of these iterations.

© Universal

Armageddon Time begins with a hip-hop beat, with the title displayed in graffiti on a black background. Immediately, the scenery is revealed: this is Queens, 1980. And not just anywhere, since the first scene places us in a college class, while Professor Turkeltaub takes roll call. This is how we discover Paul Graff, a redhead with the look of an ephebe and often head in the Moon in progress, like his friend Jonathan Davis. The first dreams of being a designer (to the chagrin of his teacher or his family), while the second wishes to be an astronaut later (despite living penniless with his grandmother).

From this John Hughes-style starting point, Gray draws his influence from 400 Shots of Truffaut, while revisiting the recurring elements of his cinema. Jewish immigrant family, conflicts with the father, desire for emancipation, capitalist diktats like prison… Perfect answer to Little Odessa or Two Lovers, James Gray goes even further in a story from the gut, telling us about him and America at a pivotal turning point in its history..

James Gray opens his heart to us

By placing the story as a child author, James Gray brings us back to a feeling of innocence inherent in this age, while the two central acolytes will try to mess up the school and family system in order to exist. A program that is never complacent or watered down, allowing you to begin your plot with charm and humor, whileArmageddon Time will gradually slide into pure melancholy as the experiences of young Paul. A feeling accentuated by the sublime photography by Darius Khondji (Se7en, The Lost City of Z, Uncut Gems), whose use of shadows harks back to the work of Bradford Young (Arrival, When They See Us).

Cannes 2022 - Armageddon Time review: unfathomable melancholy
© Universal

A visual setting participating in the total spleen of the film, whileArmageddon Time accurately addresses the issue of the loss of innocence, the weight of lies and responsibility, as well as the dichotomy between artistic inclinations and social pressures in professional success. When we know the experience of James Gray (left for California to be a director versus Paul wishing to go to Disney to be an illustrator), the footage turns out to be much more touching than it looks, in addition to being authentic and touching in its universality.

Armageddon Time: portrait of a family and an era

Armageddon Time is above all a film of characters, with a cast of great talent. Michael Banks Repeta is a real revelation in the role of Paul (looking like a version of the director, moreover), and with his sidekick Jaylin Webb offers a side buddy movie in a story of friendship, again plagued by socio-racial inequalities (and this without ever falling into the cliché of white savior). We can dwell at length on Anne Hathaway (Colossal) as a mother overwhelmed by events, Jeremy Strong (Succession) in pater familias more complex than it seems, or a Anthony Hopkins (The Father) imperial, delivering the heartiest performance in footage.

© Universal

Thus, the scenes of everyday life follow one another (battles at the table, skipping school, parent-teacher meeting…), but boosted by a real sense of the romantic and flashes of emotion without any pathos. And if the class struggle and inequalities have always run through the work of James Gray, Armageddon Time goes much further by addressing a crass meritocracyespecially during a stint at Kew-Forest School (chaperoned by the Trumps, with a nice cameo by Jessica Chastain) synonymous with golden prison and loss of carelessness for the young protagonist.

sad ghosts of the past

We have rarely seen James Gray as incisive and naked as with this Armageddon Time, a real great film with a bittersweet scent filming the past and everyday life with a sensitive sensitivity.. All it takes is a look, a reverse shot correctly applied to the characters to bring a naturalism and an emotion that we already glimpsed, but not in such a communicative way.

A true capture of an era at the dawn of America under Reagan (with the nuclear threat, hence the title), James Gray quite simply signs one of the best films of the year! A talented cast that transcends itself and an exemplary production make this story ending with an unfathomable feeling of sadness, an excellent matrix work for its filmmaker.

Armageddon Time hits theaters September 14, 2022

notice

8.5



Wonderful

False intimate film, Armageddon Time is above all a terribly touching semi-autobiography of a James Gray looking at his past with bitterness and serenity. A relevant catharsis in all its still topical subjects, in addition to a moving film about childhood. A great cast and magnificent visuals end up making Armageddon Time one of the most beautiful films of the year!

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Accustomed to the Croisette, James Gray returns to Cannes in Competition with Armageddon Time. A sort of film summed up by the filmmaker, the latter signs a moving feature film in the form of a semi-autobiography on the edge of Reagan America.

For a few years now, various filmmakers have been drawing on their childhood memories as a creative source. From Cuaron (Rome) to Branagh (Belfast) via Steven Spielberg (The Fabelmans), these directors use this memorial soil to finally talk about an era, a context, family, aspirations and other childhood dreams. With Armageddon Time, James Gray delivers perhaps the most moving of these iterations.

© Universal

Armageddon Time begins with a hip-hop beat, with the title displayed in graffiti on a black background. Immediately, the scenery is revealed: this is Queens, 1980. And not just anywhere, since the first scene places us in a college class, while Professor Turkeltaub takes roll call. This is how we discover Paul Graff, a redhead with the look of an ephebe and often head in the Moon in progress, like his friend Jonathan Davis. The first dreams of being a designer (to the chagrin of his teacher or his family), while the second wishes to be an astronaut later (despite living penniless with his grandmother).

From this John Hughes-style starting point, Gray draws his influence from 400 Shots of Truffaut, while revisiting the recurring elements of his cinema. Jewish immigrant family, conflicts with the father, desire for emancipation, capitalist diktats like prison… Perfect answer to Little Odessa or Two Lovers, James Gray goes even further in a story from the gut, telling us about him and America at a pivotal turning point in its history..

James Gray opens his heart to us

By placing the story as a child author, James Gray brings us back to a feeling of innocence inherent in this age, while the two central acolytes will try to mess up the school and family system in order to exist. A program that is never complacent or watered down, allowing you to begin your plot with charm and humor, whileArmageddon Time will gradually slide into pure melancholy as the experiences of young Paul. A feeling accentuated by the sublime photography by Darius Khondji (Se7en, The Lost City of Z, Uncut Gems), whose use of shadows harks back to the work of Bradford Young (Arrival, When They See Us).

Cannes 2022 - Armageddon Time review: unfathomable melancholy
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A visual setting participating in the total spleen of the film, whileArmageddon Time accurately addresses the issue of the loss of innocence, the weight of lies and responsibility, as well as the dichotomy between artistic inclinations and social pressures in professional success. When we know the experience of James Gray (left for California to be a director versus Paul wishing to go to Disney to be an illustrator), the footage turns out to be much more touching than it looks, in addition to being authentic and touching in its universality.

Armageddon Time: portrait of a family and an era

Armageddon Time is above all a film of characters, with a cast of great talent. Michael Banks Repeta is a real revelation in the role of Paul (looking like a version of the director, moreover), and with his sidekick Jaylin Webb offers a side buddy movie in a story of friendship, again plagued by socio-racial inequalities (and this without ever falling into the cliché of white savior). We can dwell at length on Anne Hathaway (Colossal) as a mother overwhelmed by events, Jeremy Strong (Succession) in pater familias more complex than it seems, or a Anthony Hopkins (The Father) imperial, delivering the heartiest performance in footage.

© Universal

Thus, the scenes of everyday life follow one another (battles at the table, skipping school, parent-teacher meeting…), but boosted by a real sense of the romantic and flashes of emotion without any pathos. And if the class struggle and inequalities have always run through the work of James Gray, Armageddon Time goes much further by addressing a crass meritocracyespecially during a stint at Kew-Forest School (chaperoned by the Trumps, with a nice cameo by Jessica Chastain) synonymous with golden prison and loss of carelessness for the young protagonist.

sad ghosts of the past

We have rarely seen James Gray as incisive and naked as with this Armageddon Time, a real great film with a bittersweet scent filming the past and everyday life with a sensitive sensitivity.. All it takes is a look, a reverse shot correctly applied to the characters to bring a naturalism and an emotion that we already glimpsed, but not in such a communicative way.

A true capture of an era at the dawn of America under Reagan (with the nuclear threat, hence the title), James Gray quite simply signs one of the best films of the year! A talented cast that transcends itself and an exemplary production make this story ending with an unfathomable feeling of sadness, an excellent matrix work for its filmmaker.

Armageddon Time hits theaters September 14, 2022

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False intimate film, Armageddon Time is above all a terribly touching semi-autobiography of a James Gray looking at his past with bitterness and serenity. A relevant catharsis in all its still topical subjects, in addition to a moving film about childhood. A great cast and magnificent visuals end up making Armageddon Time one of the most beautiful films of the year!

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L’artiste issue de la « Star Academy » a surpris le public de TF1 en devenant la coach surprise de « The Voice ». Lors d’une interview accordée à Télé Star, elle est revenue sur son passage dans l’émission ainsi que son ressenti face à l’état de santé de Florent Pagny. En effet, ce dernier a récemment révélé son combat contre un cancer inopérable du poumon. Le chanteur de 60 ans pourrait d’ailleurs quitter l’émission au terme de cette saison.

Une admiration pour Florent Pagny

Lorsque nos confrères de Télé Star lui ont demandé si elle allait prendre la place de Florent Pagny, la réponse de Nolwenn Leroy était sans équivoque.

« Personne ne peut ni ne voudrait prendre la place de Florent ! C’est le coach parfait. Il ne prend pas de détours. Il dit ce qu’il a sur le cœur et cela fonctionne, car c’est exprimé de façon sincère. C’est le seul dans le métier à pouvoir se conduire ainsi », explique-t-elle.

Le moins que l’on puisse dire, c’est que la mère du petit Martin n’y est pas allée par quatre chemins pour déclarer tout le bien qu’elle pense du jury de « The Voice ».

« Tout se passe bien, car il n’est jamais dans le calcul. Il ne parle qu’avec le cœur et c’est vraiment ça ‘The Voice’ », a-t-elle déclaré.

Nolwenn Leroy sera présente dans « The Voice Kids »

Au moment de parler de sa participation au télé-crochet, elle est restée mystérieuse. Elle s’est juste contentée de rappeler qu’elle sera présente pour la finale. Et ce, quels que soient les finalistes. Le samedi 21 mai 2022, c’était Nour, le talent de Florent Pagny, qui a remporté la onzième édition du télé-crochet de TF1.

Si rien n’a encore été décidé pour la prochaine édition, la chanteuse de 39 ans a d’ores et déjà annoncé qu’elle sera présente lors de « The Voice Kids ».

« Cela a fait partie de ce que j’appelle les ‘rendez-vous manqués’ que je n’ai pas pu honorer avec ce programme », confiait-elle.

Un album pour rendre hommage à un ami

Au mois de novembre 2021, Nolwenn Leroy a dévoilé son nouvel album dont la pochette s’est fait remarquer. Cette œuvre intitulée « La Cavale » a été écrite en collaboration avec Benjamin Biolay.

En baptisant ainsi son album, l’artiste a voulu rendre un hommage à Christophe. Ce dernier s’est éteint en 2021 dans sa ville de cœur à Brest (Finistère). Lors de la révélation de son huitième album, Nolwenn Leroy a été reçue par Michel Drucker dans l’émission Vivement Dimanche.

Lors de ce passage sur France 2, la compagne d’Arnaud Clément a bien entendu parlé de Christophe avec Michel Drucker. Le présentateur n’a d’ailleurs pas manqué de souligner que le défunt a rendu son dernier souffle « chez lui ».

La disparition de cette grande figure de la chanson française a ému la chanteuse qui lui était proche de son vivant. Elle s’est rappelé de leurs moments passés lors de son passage chez Michel Drucker.

« On était tous abasourdis par cette nouvelle terrible. On a passé des moments ensemble, quelques dîners. On a aussi travaillé ensemble sur une chanson en hommage à Balavoine », s’est-elle souvenue.

Ils étaient très proches

Même si c’est à travers leur art qu’ils se sont connus, Nolwenn Leroy et Christophe partageaient de nombreuses passions. Parmi elles, il y a l’amour de leur région, l’Auvergne. En effet, même si l’interprète de « Mon beau corsaire » est connu pour ses origines bretonnes, elle a aussi des racines auvergnates par sa mère.

« La Cavale » a été composée durant les périodes de confinement. Nolwenn Leroy a voulu exprimer sa tristesse à travers des chansons pendant ces moments où les déplacements étaient restreints. Comme elle a tenu à souligner lors de son passage sur la télévision du service public, cet album est une manière pour la chanteuse de rendre hommage à son ami disparu.

« Je lui parlais aussi beaucoup de ma Bretagne qu’il connaissait moins, et le fait de le voir partir là-bas, dans cette région dont nous parlions, le savoir seul à ce moment-là et le contexte qui était terrible, je me devais de lui rendre hommage », confiait-elle.



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Nolwenn Leroy au plus mal, émue et affectée par la disparition d’un chanteur français, repose en paix

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L’artiste issue de la « Star Academy » a surpris le public de TF1 en devenant la coach surprise de « The Voice ». Lors d’une interview accordée à Télé Star, elle est revenue sur son passage dans l’émission ainsi que son ressenti face à l’état de santé de Florent Pagny. En effet, ce dernier a récemment révélé son combat contre un cancer inopérable du poumon. Le chanteur de 60 ans pourrait d’ailleurs quitter l’émission au terme de cette saison.

Une admiration pour Florent Pagny

Lorsque nos confrères de Télé Star lui ont demandé si elle allait prendre la place de Florent Pagny, la réponse de Nolwenn Leroy était sans équivoque.

« Personne ne peut ni ne voudrait prendre la place de Florent ! C’est le coach parfait. Il ne prend pas de détours. Il dit ce qu’il a sur le cœur et cela fonctionne, car c’est exprimé de façon sincère. C’est le seul dans le métier à pouvoir se conduire ainsi », explique-t-elle.

Le moins que l’on puisse dire, c’est que la mère du petit Martin n’y est pas allée par quatre chemins pour déclarer tout le bien qu’elle pense du jury de « The Voice ».

« Tout se passe bien, car il n’est jamais dans le calcul. Il ne parle qu’avec le cœur et c’est vraiment ça ‘The Voice’ », a-t-elle déclaré.

Nolwenn Leroy sera présente dans « The Voice Kids »

Au moment de parler de sa participation au télé-crochet, elle est restée mystérieuse. Elle s’est juste contentée de rappeler qu’elle sera présente pour la finale. Et ce, quels que soient les finalistes. Le samedi 21 mai 2022, c’était Nour, le talent de Florent Pagny, qui a remporté la onzième édition du télé-crochet de TF1.

Si rien n’a encore été décidé pour la prochaine édition, la chanteuse de 39 ans a d’ores et déjà annoncé qu’elle sera présente lors de « The Voice Kids ».

« Cela a fait partie de ce que j’appelle les ‘rendez-vous manqués’ que je n’ai pas pu honorer avec ce programme », confiait-elle.

Un album pour rendre hommage à un ami

Au mois de novembre 2021, Nolwenn Leroy a dévoilé son nouvel album dont la pochette s’est fait remarquer. Cette œuvre intitulée « La Cavale » a été écrite en collaboration avec Benjamin Biolay.

En baptisant ainsi son album, l’artiste a voulu rendre un hommage à Christophe. Ce dernier s’est éteint en 2021 dans sa ville de cœur à Brest (Finistère). Lors de la révélation de son huitième album, Nolwenn Leroy a été reçue par Michel Drucker dans l’émission Vivement Dimanche.

Lors de ce passage sur France 2, la compagne d’Arnaud Clément a bien entendu parlé de Christophe avec Michel Drucker. Le présentateur n’a d’ailleurs pas manqué de souligner que le défunt a rendu son dernier souffle « chez lui ».

La disparition de cette grande figure de la chanson française a ému la chanteuse qui lui était proche de son vivant. Elle s’est rappelé de leurs moments passés lors de son passage chez Michel Drucker.

« On était tous abasourdis par cette nouvelle terrible. On a passé des moments ensemble, quelques dîners. On a aussi travaillé ensemble sur une chanson en hommage à Balavoine », s’est-elle souvenue.

Ils étaient très proches

Même si c’est à travers leur art qu’ils se sont connus, Nolwenn Leroy et Christophe partageaient de nombreuses passions. Parmi elles, il y a l’amour de leur région, l’Auvergne. En effet, même si l’interprète de « Mon beau corsaire » est connu pour ses origines bretonnes, elle a aussi des racines auvergnates par sa mère.

« La Cavale » a été composée durant les périodes de confinement. Nolwenn Leroy a voulu exprimer sa tristesse à travers des chansons pendant ces moments où les déplacements étaient restreints. Comme elle a tenu à souligner lors de son passage sur la télévision du service public, cet album est une manière pour la chanteuse de rendre hommage à son ami disparu.

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Journal Reference:

  1. Richard Y. Liu, Sheng Guo, Shao-Xiong Lennon Luo, Timothy M. Swager. Solution-processable microporous polymer platform for heterogenization of diverse photoredox catalysts. Nature Communications, 2022; 13 (1) DOI: 10.1038/s41467-022-29811-6

MIT chemists have now designed a new type of photoredox catalyst that could make it easier to incorporate light-driven reactions into manufacturing processes. Unlike most existing photoredox catalysts, the new class of materials is insoluble, so it can be used over and over again. Such catalysts could be used to coat tubing and perform chemical transformations on reactants as they flow through the tube.

“Being able to recycle the catalyst is one of the biggest challenges to overcome in terms of being able to use photoredox catalysis in manufacturing. We hope that by being able to do flow chemistry with an immobilized catalyst, we can provide a new way to do photoredox catalysis on larger scales,” says Richard Liu, an MIT postdoc and the joint lead author of the new study.

The new catalysts, which can be tuned to perform many different types of reactions, could also be incorporated into other materials including textiles or particles.

Timothy Swager, the John D. MacArthur Professor of Chemistry at MIT, is the senior author of the paper, which appears today in Nature Communications. Sheng Guo, an MIT research scientist, and Shao-Xiong Lennon Luo, an MIT graduate student, are also authors of the paper.

Hybrid materials

Photoredox catalysts work by absorbing photons and then using that light energy to power a chemical reaction, analogous to how chlorophyll in plant cells absorbs energy from the sun and uses it to build sugar molecules.

Chemists have developed two main classes of photoredox catalysts, which are known as homogenous and heterogenous catalysts. Homogenous catalysts usually consist of organic dyes or light-absorbing metal complexes. These catalysts are easy to tune to perform a specific reaction, but the downside is that they dissolve in the solution where the reaction takes place. This means they can’t be easily removed and used again.

Heterogenous catalysts, on the other hand, are solid minerals or crystalline materials that form sheets or 3D structures. These materials do not dissolve, so they can be used more than once. However, these catalysts are more difficult to tune to achieve a desired reaction.

To combine the benefits of both of these types of catalysts, the researchers decided to embed the dyes that make up homogenous catalysts into a solid polymer. For this application, the researchers adapted a plastic-like polymer with tiny pores that they had previously developed for performing gas separations. In this study, the researchers demonstrated that they could incorporate about a dozen different homogenous catalysts into their new hybrid material, but they believe it could work more many more.

“These hybrid catalysts have the recyclability and durability of heterogeneous catalysts, but also the precise tunability of homogeneous catalysts,” Liu says. “You can incorporate the dye without losing its chemical activity, so, you can more or less pick from the tens of thousands of photoredox reactions that are already known and get an insoluble equivalent of the catalyst you need.”

The researchers found that incorporating the catalysts into polymers also helped them to become more efficient. One reason is that reactant molecules can be held in the polymer’s pores, ready to react. Additionally, light energy can easily travel along the polymer to find the waiting reactants.

“The new polymers bind molecules from solution and effectively preconcentrate them for reaction,” Swager says. “Also, the excited states can rapidly migrate throughout the polymer. The combined mobility of the excited state and partitioning of the reactants in the polymer make for faster and more efficient reactions than are possible in pure solution processes.”

Higher efficiency

The researchers also showed that they could tune the physical properties of the polymer backbone, including its thickness and porosity, based on what application they want to use the catalyst for.

As one example, they showed that they could make fluorinated polymers that would stick to fluorinated tubing, which is often used for continuous flow manufacturing. During this type of manufacturing, chemical reactants flow through a series of tubes while new ingredients are added, or other steps such as purification or separation are performed.

Currently, it is challenging to incorporate photoredox reactions into continuous flow processes because the catalysts are used up quickly, so they have to be continuously added to the solution. Incorporating the new MIT-designed catalysts into the tubing used for this kind of manufacturing could allow photoredox reactions to be performed during continuous flow. The tubing is clear, allowing light from an LED to reach the catalysts and activate them.

“The idea is to have the catalyst coating a tube, so you can flow your reaction through the tube while the catalyst stays put. In that way, you never get the catalyst ending up in the product, and you can also get a lot higher efficiency,” Liu says.

The catalysts could also be used to coat magnetic beads, making them easier to pull out of a solution once the reaction is finished, or to coat reaction vials or textiles. The researchers are now working on incorporating a wider variety of catalysts into their polymers, and on engineering the polymers to optimize them for different possible applications.

The research was funded by the National Science Foundation and the KAUST Sensor Initiative.

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New light-powered catalysts could aid in manufacturing

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Journal Reference:

  1. Richard Y. Liu, Sheng Guo, Shao-Xiong Lennon Luo, Timothy M. Swager. Solution-processable microporous polymer platform for heterogenization of diverse photoredox catalysts. Nature Communications, 2022; 13 (1) DOI: 10.1038/s41467-022-29811-6

MIT chemists have now designed a new type of photoredox catalyst that could make it easier to incorporate light-driven reactions into manufacturing processes. Unlike most existing photoredox catalysts, the new class of materials is insoluble, so it can be used over and over again. Such catalysts could be used to coat tubing and perform chemical transformations on reactants as they flow through the tube.

“Being able to recycle the catalyst is one of the biggest challenges to overcome in terms of being able to use photoredox catalysis in manufacturing. We hope that by being able to do flow chemistry with an immobilized catalyst, we can provide a new way to do photoredox catalysis on larger scales,” says Richard Liu, an MIT postdoc and the joint lead author of the new study.

The new catalysts, which can be tuned to perform many different types of reactions, could also be incorporated into other materials including textiles or particles.

Timothy Swager, the John D. MacArthur Professor of Chemistry at MIT, is the senior author of the paper, which appears today in Nature Communications. Sheng Guo, an MIT research scientist, and Shao-Xiong Lennon Luo, an MIT graduate student, are also authors of the paper.

Hybrid materials

Photoredox catalysts work by absorbing photons and then using that light energy to power a chemical reaction, analogous to how chlorophyll in plant cells absorbs energy from the sun and uses it to build sugar molecules.

Chemists have developed two main classes of photoredox catalysts, which are known as homogenous and heterogenous catalysts. Homogenous catalysts usually consist of organic dyes or light-absorbing metal complexes. These catalysts are easy to tune to perform a specific reaction, but the downside is that they dissolve in the solution where the reaction takes place. This means they can’t be easily removed and used again.

Heterogenous catalysts, on the other hand, are solid minerals or crystalline materials that form sheets or 3D structures. These materials do not dissolve, so they can be used more than once. However, these catalysts are more difficult to tune to achieve a desired reaction.

To combine the benefits of both of these types of catalysts, the researchers decided to embed the dyes that make up homogenous catalysts into a solid polymer. For this application, the researchers adapted a plastic-like polymer with tiny pores that they had previously developed for performing gas separations. In this study, the researchers demonstrated that they could incorporate about a dozen different homogenous catalysts into their new hybrid material, but they believe it could work more many more.

“These hybrid catalysts have the recyclability and durability of heterogeneous catalysts, but also the precise tunability of homogeneous catalysts,” Liu says. “You can incorporate the dye without losing its chemical activity, so, you can more or less pick from the tens of thousands of photoredox reactions that are already known and get an insoluble equivalent of the catalyst you need.”

The researchers found that incorporating the catalysts into polymers also helped them to become more efficient. One reason is that reactant molecules can be held in the polymer’s pores, ready to react. Additionally, light energy can easily travel along the polymer to find the waiting reactants.

“The new polymers bind molecules from solution and effectively preconcentrate them for reaction,” Swager says. “Also, the excited states can rapidly migrate throughout the polymer. The combined mobility of the excited state and partitioning of the reactants in the polymer make for faster and more efficient reactions than are possible in pure solution processes.”

Higher efficiency

The researchers also showed that they could tune the physical properties of the polymer backbone, including its thickness and porosity, based on what application they want to use the catalyst for.

As one example, they showed that they could make fluorinated polymers that would stick to fluorinated tubing, which is often used for continuous flow manufacturing. During this type of manufacturing, chemical reactants flow through a series of tubes while new ingredients are added, or other steps such as purification or separation are performed.

Currently, it is challenging to incorporate photoredox reactions into continuous flow processes because the catalysts are used up quickly, so they have to be continuously added to the solution. Incorporating the new MIT-designed catalysts into the tubing used for this kind of manufacturing could allow photoredox reactions to be performed during continuous flow. The tubing is clear, allowing light from an LED to reach the catalysts and activate them.

“The idea is to have the catalyst coating a tube, so you can flow your reaction through the tube while the catalyst stays put. In that way, you never get the catalyst ending up in the product, and you can also get a lot higher efficiency,” Liu says.

The catalysts could also be used to coat magnetic beads, making them easier to pull out of a solution once the reaction is finished, or to coat reaction vials or textiles. The researchers are now working on incorporating a wider variety of catalysts into their polymers, and on engineering the polymers to optimize them for different possible applications.

The research was funded by the National Science Foundation and the KAUST Sensor Initiative.

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New light-powered catalysts could aid in manufacturing

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Vous voulez suivre la bonne méthode de cure détox ? Lisez notre article pour assurer sa bonne pratique et voir les recettes de jus recommandées.

La cure détox a aidé bon nombre de personnes, que ce soit dans la perte de poids ou pour avoir plus d’énergie. C’est pourquoi ce régime est recommandé par les experts pour garantir une bonne santé.

Dans cet article, nous allons vous aider à bien réaliser la cure. Vous découvrirez également ses bienfaits pour l’organisme. Et enfin vous pourriez concocter toutes sortes de jus de fruits à partir de quelques recettes.

Cure détox : le principe

Sachez que la cure détox permet de se débarrasser des toxines dans l’organisme en se basant sur un régime alimentaire restrictif. Ceci dit, il faut suivre des programmes qui sont préétablis pour parvenir à des résultats satisfaisants. D’ailleurs, les experts ont déjà mis en place des menus stricts à suivre. Ainsi, il faut les respecter pour ne pas gâcher les efforts.

Comme alimentation, il faut opter pour les produits végétaux durant la cure détox. Ces produits peuvent être consommés crus, cuisinés ou en jus. Pour le délai, le régime peut durer pendant 1 à 7 jours consécutifs. Les experts recommandent de commencer petit à petit au lieu de débuter le régime pendant une semaine. Ceci dit, il est inutile de se forcer puisqu’il est préférable d’avancer lentement mais sûrement.

Ainsi, vous ne devez manger que des fruits, des légumes ou bien des jus à base de ces produits durant votre cure détox. Ceci dit, vous devez changer vos habitudes d’alimentation si vous n’avez fait aucun régime auparavant. Il faut éviter les grignotages et surtout les aliments transformés .

Toutefois, ce n’est pas facile de suivre une cure détox. C’est un défi qui nécessite une mentalité de guerrier pour bien suivre le régime à la lettre. Avant de l’entamer, il est primordial d’avoir le conseil d’une personne qui l’a déjà effectué. Ou bien, consultez un bon nutritionniste pour vous suivre pendant ce processus. Pour finir, il faut être motivé et discipliné pendant son application.

Les avantages du régime

Vous l’avez déjà entendu ! La cure détox permet de nettoyer notre organisme et d’enlever les toxines. Et oui ! Le corps humain ne cesse d’accumuler des déchets et des toxines. Ces derniers peuvent provenir de la pollution, des médicaments ou bien du tabagisme. De ce fait, il est préférable de faire un lavage de l’intérieur pour garantir le bon fonctionnement de l’organisme.

Notez que si vous ne faites pas de cure détox, l’accumulation des déchets peut causer la fatigue, des cheveux ternes, des problèmes digestifs ou bien un affaiblissement du système immunitaire. Ainsi, nous commençons à ne pas avoir de l’énergie dans tout ce qu’on fait. D’où la nécessité du régime pour nettoyer le foie, les reins et les intestins.

Ceci dit, la cure détox favorise l’amélioration de notre bien-être physique et mental. Sans oublier que le régime augmente le niveau d’énergie du corps. Cette sensation de bien-être est nécessaire pour se sentir bien dans sa peau et être plus productif. A part cela, il y a une forte probabilité que le système immunitaire soit renforcé après son application.

Ainsi, commencez à faire la cure détox des maintenant pour avoir un résultat satisfaisant dans les jours à venir. Mais ne dépassez pas les 7 jours pour son application. Vous pouvez remarquer qu’après ce régime, vos fringales vont diminuer et vous aurez une peau plus claire. Pour conclure, vous aurez aussi une bonne nuit de sommeil puisque les organismes fonctionneront parfaitement.

Les meilleurs jus à faire pendant la cure détox

Voici les recettes de jus à tester lorsque vous commencez votre cure détox. Optez pour le jus de carottes et de pommes. C’est un jus riche en vitamines et qui pourrait accompagner le repas. Pour ce faire, vous n’aurez besoin que de pommes, de carottes et d’un morceau de gingembre. Ensuite, lavez et coupez l’ensemble des ingrédients avant de les mettre dans un extracteur de jus.

Il est également possible d’opter pour le jus vert pendant la cure détox. Pour cela, il faut un demi-concombre, une pomme, des feuilles d’épinard, des branches de céleri, un morceau de gingembre et un peu de citron. Pour sa préparation, pelez le demi-concombre et coupez le en morceaux. Ensuite, lavez la pomme et coupez la en dés. N’oubliez pas de laver les feuilles d’épinard et les branches de céleri. Après, mixez tous les ingrédients afin d’extraire le jus.



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Ainsi, vous ne devez manger que des fruits, des légumes ou bien des jus à base de ces produits durant votre cure détox. Ceci dit, vous devez changer vos habitudes d’alimentation si vous n’avez fait aucun régime auparavant. Il faut éviter les grignotages et surtout les aliments transformés .

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Les avantages du régime

Vous l’avez déjà entendu ! La cure détox permet de nettoyer notre organisme et d’enlever les toxines. Et oui ! Le corps humain ne cesse d’accumuler des déchets et des toxines. Ces derniers peuvent provenir de la pollution, des médicaments ou bien du tabagisme. De ce fait, il est préférable de faire un lavage de l’intérieur pour garantir le bon fonctionnement de l’organisme.

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Les meilleurs jus à faire pendant la cure détox

Voici les recettes de jus à tester lorsque vous commencez votre cure détox. Optez pour le jus de carottes et de pommes. C’est un jus riche en vitamines et qui pourrait accompagner le repas. Pour ce faire, vous n’aurez besoin que de pommes, de carottes et d’un morceau de gingembre. Ensuite, lavez et coupez l’ensemble des ingrédients avant de les mettre dans un extracteur de jus.

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The coffee It is one of the best known drinks in the world. Its consumption benefits the body in different areas of the body, one of them is the fat burning for lose weightAs long as you do it properly. We give you all the details.

In case you didn’t know, the coffee It is obtained after grinding and roasting the mature seed of the coffee tree. However, its flavor, aroma and Benefits About you Health They will depend on the preparation, the species and the amount you take per day.

Photo: Pixabay

The type of coffee you should drink to lose weight

We are not just talking about beverage that serves as an aid to control sleep, but its versatility allows you to integrate it into your daily diet, especially if you are interested lose weight and in Menu we tell you how.

The coffee has the ability to speed up metabolism and Burn calories of the body in general. The key is not to depend on this drink and abuse its intake, according to an article in the Gazette of the Faculty of Medicine of the National Autonomous University of Mexico (UNAM).

The first thing you should take into account for the consumption of this beverageis to choose the black coffee either American, which has a greater amount of chlorogenic acid with antioxidant activity.

Alone, the black coffee It does not contain calories, that is why the mistake is to add sugar, sweetener, milk or cream substitutes since these increase the consumption of carbohydrates and decrease the absorption of antioxidants that help the weightloss.

coffee-lose-weight-1.jpg
Photo: Pixabay

Also read: Recipe for drowned pork rinds from Doña Ángela

Coffee as a complement in a routine to lose weight

The ideal is to drink the coffee in its purest and most natural state, so the American is the best option. Other alternatives such as cappuccino or latte contain between 100 and 120 caloriesso they are not entirely healthy.

According to the same UNAM article, if you are a person who exercises, you can choose to drink 1 cup of coffee 30 minutes before starting your routine to, in addition to accelerating metabolism, reduce the perception of fatigue and effort, so you will have more energy and less appetite.

And although the greatest use given to the coffee It is like an inhibitor of sleep, tiredness and fatigue, to lose weight It is recommended to ingest it between 5 and 6 hours before sleeping so that it is metabolized in time and does not affect your rest.

coffee-lose-weight-2.jpg
Photo: Pixabay

Other benefits of drinking coffee

Everything in excess is harmful, which is why the UNAM points out that the recommended amount of consumption of caffeine so as not to have harmful effects on the Health It is 400 milligrams, the equivalent of 4 cups maximum per day.

moderate intake of caffeineaccording to the UNAM, is a safe measure for your diet and your mood. And it is that the coffee It is also a cognitive activator that acts on the nervous system, so much so that it helps release dopamine to give you a feeling of pleasure.

However, take into account that the non-moderate consumption of coffee can increase heart rate and blood pressure, as well as cause insomnia, headache or gastrointestinal problems depending on your sensitivity to caffeine and the Health of your organism.

Finally, it is important to note that you must accompany your cups of coffee with a balanced diet, adequate rest habits and daily physical activity to take advantage of your Benefits on the weightloss.

Also read: How to detect that they are selling you poor quality beef

We would love to give thanks to the writer of this post for this incredible material

This is how you should drink coffee to lose weight


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